Nel nostro paese il romanzo La casa d’inferno ( Hell House , 1971) di Richard Matheson ha avuto un ben strano destino, in quanto è stato ...

Nel nostro paese il romanzo La casa d’inferno (Hell House, 1971) di Richard Matheson ha avuto un ben strano destino, in quanto è stato pubblicato addirittura nel 1974 da Rizzoli, poi un lunghissimo silenzio rotto solo dalla ristampa (con la stessa traduzione) avvenuta nel 1995 nella collana La Biblioteca del Brivido dei F.lli Fabbri (collana di ristampe che pubblicò circa quaranta titoli, durò un solo anno e poi riempì i Remainder’s di tutto il paese).
In ogni caso, sia per il nome dell’autore e forse per una diffusione minima, il titolo era ricercatissimo dai lettori e ancor più dai collezionisti.

Per i cultori dell'occulto era quello che la cima dell'Everest è per gli alpinisti: una sfida, una minaccia, un'ambizione che poteva ucciderli. Il suo nome non era usurpato.

La Casa d'Inferno, sontuosa reggia della perdizione, sperduta fra le nebbie perenni di una valle mefitica nel Nord degli Stati Uniti - dove un tempo si eran dati convegno lussuriosi e pervertiti d'ogni risma - è divenuta (dopo la morte di quei peccatori) il luogo di ricetto, la casamatta di potenze tenebrose, di entità senza nome.

La diabolica dimora ha già sgominato due agguerrite spedizioni di scienziati e di "maghi" che, ' a distanza di anni, avevano tentato di sondarne il micidiale mistero, quando l'incarico di un terzo tentativo viene affidato - da un eccentrico miliardario - al maggior esperto di parapsicologia del momento: il dottor Barrett. Come cacciatore di fantasmi, il dottor Barrett è singolare: non crede negli spiriti. Ha una sua rigorosa teoria elettro­magnetica in proposito. Più che dalla sete di guadagno, egli è mosso dal desiderio di dare alla parapsicologia dignità di scienza naturale.

A ogni buon conto, il miliardario motore dell'impresa (che non bada a spese pur di avere una "parola definitiva" sulla vita ultraterrena, e che, ovviamente, ritiene non ci sia miglior "periscopio" sull'aldilà della Casa d'Inferno) affianca a Barrett due seguaci di diverse teorie: la medium "spiritualista" Florence e il medium "fisico" Fischer (che ha un conto in sospeso con la Casa). Ai tre si aggiunge Edith, la giovane e sessualmente incerta moglie di Barrett.

E così l'assortito quartetto da battaglia all'invisibile nemico nella dimora che il leg­gendario Belasco, in vita, aveva trasformato in una corte corrotta da far invidia al "divino Marchese", e, in morte, in un pantheon di ombre malefiche. Il soggiorno si rivela ben presto un vero inferno per i quattro esploratori dell'ignoto.

La Casa mobilita le sue energie e i suoi orrori per sloggiare gli intrusi e ucciderli: oggetti inanimati e gatti neri li aggrediscono, fulmini psichici si abbattono su di loro, una mummia murata in cantina complica l'enigma...

Ma è soltanto l'inizio: la Casa d'Inferno sfodererà tutti i suoi agghiaccianti stratagemmi prima di cedere il suo repellente segreto e venir "domata" in modo imprevedibile.


La porta della camera da letto si dischiuse, e il segretario di Deutsch, Hanlcy, apparve sulla soglia. « Dottore » disse.

Barrett afferrò il suo bastone e, alzatesi, attraversò zoppi­cando l'anticamera.

Si fermò di fronte al segretario, più basso di lui, e attese che questi, rigirandosi, annunciasse dalla porta: « II dottor Barrett, signore ».

Allora passò oltre ed entrò nella camera, mentre Hanley richiudeva il battente alle sue spalle.


La stanza da letto era immensa, con pannelli scuri alle pa­reti. Eccomi nel sancta sanctorum del re, pensò Barrett, appres­sandosi al letto, su cui il vecchio sedeva. Lo guardò: Rolf Ru-dolph Deutsch aveva ottantasette anni, era calvo, scheletrico, e i suoi occhi scuri scintillavano in fondo al pozzo delle orbite. Barrett sorrise. « Buon pomeriggio » disse, e intanto pensava, affascinato, che quel rudere d'uomo imperava su un vasto do­minio.

« Lei è zoppo » diceva la voce rasposa di Deutsch. « Que­sto non me l'avevano detto. »

« Chiedo scusa? » Barrett si era irrigidito. « Lasciamo stare. » Deutsch tagliò corto.

« Non è poi tanto importante. Lei mi è stato raccomandato da gente di cui mi fi­do.

Mi assicurano che lei è fra i primi cinque, nel suo cam­po. »

II respiro del malato era affannoso. « II suo onorario sarà di centomila dollari. »

Barrett trasalì.


« II suo compito sarà quello di appurare dei fatti. » « Riguardo a che cosa? » domandò Barrett.

Deutsch parve esitare prima di rispondere, quasi la cosa fosse indegna di lui. Alla fine disse: «Alla vita ultraterrena». « Lei vuole che io?... » «... che lei mi dica se c'è o meno un aldilà. Fatti. »


Barrett cascarono le braccia. Quella somma di denaro o allettante ma, perbacco, come poteva, in coscienza, un incarico del genere, a quei patti? Non voglio frottole » soggiunse Deutsch. « Accetterò la risposta si o no, quale che sia. Purché definitiva. »

« E dove li dovrei trovare? Io sono un fisico. Studio para­psicologia da vent'anni, e non m'è ancora capitato... »

Deutsch l'interruppe: « Se esistono dei fatti, lei potrà accer­tarsene nel solo luogo su questa terra dove, ch'io sappia, la vita ultraterrena non è mai stata confutata. La casa Belasco su nel Maine ».

« La Casa d'Inferno? »

Una luce brillò nelle pupille del vecchio.

« La Casa d'Inferno » disse.

Barrett avvertì una punta di eccitazione. « Mi risulta però che gli eredi di Belasco l'hanno fatta murare dopo quello che accadde... »

« Sono passati trent'anni da allora » l'interruppe nuovamen­te il vecchio. « Più di trent'anni. Ora avevano bisogno di dena­ro, hanno venduto, e l'ho comprata io, quella proprietà. Lei può recarsi là lunedì prossimo? »

Barrett esitò. Poi, vedendo che Deutsch si accigliava, fece un cenno di assenso. « Sì. » Non poteva lasciarsi scappare quel­l'occasione.

« Con lei verranno altre due persone » disse Deutsch. « Posso chiederle chi?... »

« Florence Tanner e Benjamin Franklin Fischer. » Barrett cercò di non tradire il suo disappunto. Quei due lì!

Una medium spiritualista iperemotiva e l'unico superstite del baratro del 1940 !

Riflette, se valesse la pena di sollevare obiezionii. Lui aveva già i propri assistenti, dotati di virtù medianiche non vedeva proprio come Florence Tanner oppure quel Fischer gli sarebbero stati d'aiuto.

Fischer, sì, da ragazzo, aveva dato prove strabilianti; ma, dopo il collasso subito, aveva lentamcnte perso i suoi doni naturali: diverse volte era stato in fallo, per frodi, finché era scomparso del tutto dalla vita.

Distratto da questi pensieri, quasi non ascoltava Deutsch frattanto, gli stava dando dei ragguagli: Florence Tanner avrebbe fatto il viaggio in aereo insieme a lui, mentre Fischer li avrebbe raggiunti poi nel Maine.


Il vecchio notò la sua espressione. « Non si preoccupi, sarà Lei a comandare, » disse « e se le affianco la Tanner è solo perchè i miei amici consulenti m'assicurano ch'è una medium di primo ordine. »

« Una medium mentale però » disse Barrett.

«... e io desidero che, oltre al suo, dottore, si segna anche il metodo medianico » seguitò Deutsch, come se l'altro non avesse interloquito. « Quanto a Fischer, la sua presenza è ovvia. »

Barrett annuì. Si rendeva conto che non c'era altro da fare. Tuttavia, una volta avviate le cose, avrebbe fatto lo stesso veni­re uno dei suoi assistenti. « Quanto alle spese... » cominciò.

Il vecchio l'interruppe con un gesto. « Se la veda con Hanley. 1 fondi a sua disposizione saranno illimitati. »

« E quanto al tempo? »

« Questo è invece limitato » disse Deutsch. « Io voglio la ri­sposta in capo a una settimana. »

Barrett si mostrò perplesso.

« Prendere o lasciare ! » esclamò il vecchio, digrignando i denti, con rabbia nella voce e nel viso. Barrett capì che doveva acconsentire, per non perdere quell'opportunità: ma sì, forse ci sarebbe riuscito a costruire in tempo la sua macchina.

Sicché annuì brevemente. « Una settimana » disse.

ore 15.30

« Occorre altro? » domandò Hanley.

Barrett ricapitolò mentalmente le sue richieste. Un elenco completo di tutti i fenomeni osservati nella casa dei Belasco. Ripristino dell'impianto elettrico. Installazione di apparecchi telefonici. Una piscina e un bagno turco per lui. (A questo punto Barrett aveva ignorato il lieve cipiglio del segretario: per lui, una nuotata e un bagno a vapore ogni giorno erano una necessità. )

« Ancora una cosa » disse. Cercò di dirlo in tono noncuran­te, ma era troppo eccitato per riuscirci. « Ho bisogno di far co­struire una macchina. Ho già pronto lo schema, i disegni, tutto quanto, a casa mia. »

« E per quando le occorre? » chiese Hanley.

« Al più presto possibile. »

« Quant'è grande? »

Dodici anni, Barrett pensò. Ma disse: « Piuttosto grande ».

« Ed è tutto? »

« Non c'è altro pel momento, mi pare. Ah, naturalmente non ho accennato ai mezzi di sussistenza. »

« Non si preoccupi, diverse stanze sono state rimesse a nuo­vo. Quanto ai pasti, provvederanno due persone della vicina Caribou Falls, marito e moglie, che però si sono rifiutati di al­loggiare nella casa. »

Barrett disse: « Meglio così. Sarebbero stati d'impiccio e nient'altro ».

Si trovavano nella biblioteca. Hanley fece per accompagna­re l'ospite verso la porta, ma questa fu spalancata di colpo. Un uomo s'inquadrò sulla soglia e guardò Barrett con aria fosca. Benché avesse quarantenni di meno e pesasse mezzo quintale di più, la somiglianzà di William Reinhardt Deutsch con suo padre balzava all'occhio.

Costui richiuse la porta dietro di sé. « L'avverto, senza tanti preamboli, » disse « che intendo bloccare questa faccenda. » Barrett lo guardò fisso.

« Proprio così » disse Deutsch il giovane. « È una perdita di tempo, non è vero? Me lo metta per iscritto e io le stacco un ìtsscgno da mille dollari seduta stante. »

Barrett s'irrigidì. « Ho paura però... »


« Non c'è niente di sovrannaturale, non è così ? » II collo gli li era fatto tutto rosso.

« Esatto » disse Barrett. E, mentre l'altro già sorrideva con irla di trionfo, soggiunse: « La parola è sovranormale. La na-jra non può venir trascesa... ».

« Che differenza fa? » l'interruppe Deutsch. « Si tratta solo superstizione. »

« Mi spiace, non sono d'accordo. » Barrett fece per avviar-« E adesso, se vuole scusarmi. »

Deutsch lo prese per un braccio. « Badi bene, è meglio che : lasci perdere questa faccenda. Troverò la maniera di non avere un soldo di... »

Chiuse dietro la porta e s'avviò pel corridoio.


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Estate 1994. Gli svedesi siedono incollati ai televisori per seguire il campionato del Mondo di Calcio. Ma per Kurt Wallander, il commissari...

Estate 1994. Gli svedesi siedono incollati ai televisori per seguire il campionato del Mondo di Calcio. Ma per Kurt Wallander, il commissario della squadra criminale di Ystad, la festa si trasforma in un incubo.

Nella magnifica estate nordica una ragazza si cosparge di benzina e si dà fuoco in un campo di colza in fiore. Poco dopo un ex ministro di grazia e giustizia, con un passato pieno di ombre, viene trovato sulla spiaggia con la spina dorsale spezzata e scotennato.

È l’inizio di una terribile serie di omicidi: come un indiano sul piede di guerra, un brutale assassino uccide silenziosamente e strappa lo scalpo al nemico sconfitto.. Ma qual è il legame tra un ministro in pensione, un antiquario affermato e un comune ricettatore? Perché l'assassino scotenna le sue vittime?


Poco prima dell'alba Pedro Santana fu svegliato dal fumo della lampada a petrolio.
Quando aprì gli occhi, dapprima non capì dove si trovasse. Era stato strappato da un sogno che non voleva perdere. Stava attraversando uno strano terreno roccioso dove l'aria era molto rarefatta e aveva avuto l'impressione che tutti i ricordi fossero sul punto di lasciarlo. Il fumo della lampada a petrolio era pene­trato nel suo subconscio come un remoto odore di cenere vul­canica. Improvvisamente però c'era anche qualcos'altro: il suo­no di un essere umano che soffriva.

E allora il sogno si era spez­zato ed era stato obbligato a tornare nella camera buia dove aveva passato sei giorni e sei notti dormendo non più di qualche minuto alla volta.


La lampada a petrolio si era spenta. Intorno a lui non c'era altro che buio. Rimase seduto completamente immobile. La notte era stata molto calda. Sotto la camicia il sudore era appic­cicaticcio. Si accorse di puzzare. Era passato tanto tempo dal­l'ultima volta che aveva avuto la forza di lavarsi.

Poi sentì nuovamente il suono ansimante. Si sollevò dal pavi­ mento di terra con cautela e cercò a tastoni la tanica di plastica con il petrolio. Sapeva che doveva essere vicino alla porta. Men­tre si muoveva nel buio, pensò che doveva avere piovuto mentre dormiva. Il pavimento era umido sotto i suoi piedi. Sentì un gallo cantare in lontananza. Sapeva che era il gallo di Ramirez.

Era sempre il primo dei galli del villaggio a cantare prima del­l'alba. Quel gallo era come una persona impaziente. Come quelle che vivono nella città, che sembrano sempre avere così tanto da fare da non riuscire a fare altro che preoccuparsi della propria fretta. Non era come qui nel villaggio, dove tutto avveniva con la lentezza che in fondo era quella della vita stessa. Perché la gente doveva correre quando le piante, di cui viveva­no, crescevano comunque con tanta lentezza?


Una delle sue mani urtò la tanica di petrolio. Tolse il pezzo di stoffa che era infilato nell'apertura e si volse. Il suono ansimante che lo circondava nel buio si era fatto più irregolare. Trovò la lampada, svitò il tappo e versò cautamente il petrolio. Allo stes­so tempo, cercò di ricordare dove avesse messo la scatola di fiammiferi. Si ricordò che la scatola era praticamente vuota. Ma forse restavano ancora due o tre fiammiferi. Posò la tanica di plastica e cercò a tastoni sul pavimento. Quasi subito, una mano urtò la scatola dei fiammiferi. Ne accese uno, alzò la campana di vetro della lampada e guardò lo stoppino accendersi.

Poi si girò. Lo fece in preda a un'enorme angoscia perché non voleva vedere quello che lo aspettava.

La donna stesa sul letto accanto al muro sarebbe morta. Ora sapeva che era così, anche se fino all'ultimo aveva cercato di convincere se stesso che la crisi sarebbe passata presto. Il suo ultimo tentativo di fuggire era stato nel sogno. Ora non gli rima­neva più alcuna via di scampo.

Un essere umano non può mai fuggire dalla morte. Né dalla propria, né da quella che aspetta una persona cara.

Si accovacciò accanto al letto. La lampada a petrolio gettava ombre irrequiete sui muri. Guardò il viso della donna. Era an­cora giovane. Anche se il suo viso era pallido e scavato, era an­cora bella. La bellezza sarà l'ultima cosa a lasciare mia moglie, pensò e si accorse che gli venivano le lacrime agli occhi. Le toc­cò la fronte. La febbre era nuòvamente salita.

Gettò uno sguardo verso la finestra rotta, che aveva riparato con un pezzo di cartone. Non era ancora l'alba. Il gallo di Rami-rez era ancora il solo a cantare. Basta che arrivi l'alba, pensò. Morirà di notte. Non di giorno. Basta che abbia la forza di respira­re/ino all'alba. Allora non mi lascerà ancora solo.

Improvvisamente la donna aprì gli occhi. Pedro le prese una mano e cercò di sorridere.

«Dov'è la bambina?» chiese con un tono di voce così fievole, che a malapena riuscì a capire le sue parole.

«Sta dormendo a casa di mia sorella» le rispose. «È la cosa migliore.»

La sua risposta sembrò tranquillizzarla.

«Quanto tempo ho dormito?»

«Molte ore.»

«Sei rimasto qui seduto tutto il tempo? Devi riposare. Fra qualche giorno non sarò più stesa qui.»

«Ho dormito» rispose Pedro. «Fra non molto, starai di nuo­vo bene.»

Si chiese se si fosse accorta che stava mentendo. Si chiese anche se lei sapesse che non si sarebbe mai più alzata da quel letto. Poteva forse essere possibile che entrambi, ciascuno nella propria disperazione, si mentissero a vicenda? Per rendere 'inevitabile più facile.

«Sono così stanca» disse.

«Hai bisogno di dormire per guarire» le disse volgendo allo stesso tempo la testa in modo che lei non potesse vedere quanto gli fosse difficile controllarsi.

Pochi attimi dopo, la prima luce dell'alba penetrò nella casa. Si sedette sul pavimento vicino al suo letto. Era così stanco da non avere più la forza di fissare i propri pensieri. Gli passavano per la mente senza riuscire a controllarli.

Aveva incontrato Dolores per la prima volta quando aveva ventun anni.

Insieme a suo fratello Juan, aveva percorso la lun­ga strada che porta a Santiago de los Treinta Caballeros per vedere il carnevale. Juan, che era più anziano di due anni, aveva già visitato la città in precedenza.

Per Pedro invece era la prima volta. Avevano impiegato tre giorni per arrivarci. Di quando in quando erano riusciti a fare qualche chilometro su un carro ti­rato da buoi. Ma avevano percorso gran parte della strada a pie­di. In un'occasione avevano anche cercato di viaggiare abusiva­mente su un autobus stracarico che era diretto in città. Ma quando a una fermata avevano tentato di salire sul tetto dell'au­tobus per nascondersi fra le valigie e i pacchi legati con lo spa­go, erano stati scoperti. Il conducente li aveva scacciati bestem­miando. Aveva gridato che non doveva essere permesso che ci fosse della gente tanto povera da non avere i soldi per pagare un biglietto d'autobus.


«Un uomo che guida un autobus deve essere molto ricco» aveva detto Pedro, quando avevano ripreso a camminare lungo la strada polverosa che si snodava fra le piantagioni senza fine di canna da zucchero.

«Tu sei stupido» gli rispose Juan. «I soldi del biglietto vanno a quello che possiede l'autobus. Non a quello che lo guida.»


«Chi è?» chiese Pedro.

«Come faccio a saperlo?» rispose Juan. «Ma quando arrivia­mo in città ti farò vedere la casa dove abita.»

Alla fine arrivarono. Era un giorno di febbraio, e tutta la città partecipava alla pazza gioia del carnevale. Senza parole, Pedro aveva visto tutti i vestiti variopinti, con lustrini cuciti lungo i bordi. All'inizio, le maschere che rappresentavano diavoli e ani­mali diversi lo avevano spaventato.

Era come se tutta la città si muovesse al ritmo di migliaia di tamburi e chitarre. Juan lo ave­va guidato espertamente per strade e vicoli. Di notte avevano dormito sulle panchine del Parque Duarte. Tutto il tempo Pe­dro aveva avuto una grande paura che Juan gli sparisse nel for­micolio di gente. Si sentiva come un bambino che ha paura di perdere il genitore. Ma non si fece notare. Non voleva che Juan gli ridesse dietro.


Eppure fu quello che successe. Era la terza sera, quella che doveva essere l'ultima. Si erano trovati nella Calle del Sol, la più grande delle strade della città, quando improvvisamente Juan era sparito fra la gente che ballava mascherata. Non si erano messi d'accordo su un punto dove incontrarsi nel caso si fossero separati. Pedro aveva cercato Juan fino a notte inoltrata senza trovarlo. Non lo aveva ritrovato neppure fra le panchine del parco dove avevano dormito le notti precedenti. All'alba, Pe­dro si era seduto vicino a una delle statue della Plaza de Cultu­ra. Aveva bevuto l'acqua di una fontana per dissetarsi. Ma non aveva neanche un soldo per comprarsi del cibo. Aveva pensato che l'unica cosa che potesse fare, era cercare di ritrovare la stra­da che portava a casa. Sarebbe bastato uscire dalla città per po­tersi infilare in una delle tante piantagioni di banane e mangiare a sazietà.

Improvvisamente si era accorto che qualcuno gli si era sedu­to a fianco. Era una ragazza della sua stessa età. Aveva subito pensato che era la più bella ragazza che avesse mai visto. Quan­do lei si era accorta a sua volta della sua presenza, lui aveva abbassato lo sguardo imbarazzato. L'aveva guardata di nasco­sto, mentre si toglieva i sandali e si massaggiava i piedi dolenti. Fu così che incontrò Dolores. Molte volte, più tardi, avevano parlato di come la scomparsa di Juan nel turbinio del carnevale e i piedi che le facevano male li avevano fatti incontrare. Seduti alla fontana, avevano cominciato a parlarsi.

Anche Dolores era in città per una breve visita. Aveva cerca
to lavoro come domestica ed era andata di casa in casa nel quar­tiere dei ricchi, senza successo. Come Pedro, anche lei era figlia di un campesino, e il suo villaggio non era lontano da quello dove Pedro viveva. Insieme erano usciti dalla città e si erano saziati rubando banane dagli alberi nelle piantagioni lungo la strada, e più si erano avvicinati al villaggio di Dolores, più ave­vano rallentato l'andatura.

Due anni dopo, a maggio, prima dell'inizio del periodo delle piogge, si erano sposati e si erano trasferiti nel villaggio di Pe­dro, dove uno zio di Pedro aveva dato loro una piccola casa. Pedro lavorava in una piantagione di canna da zucchero e Do­lores coltivava verdure per poi rivenderle ai compratori che passavano. Erano poveri allora, ma erano giovani e felici.

Solo una cosa non era come avrebbero voluto. Dopo tre anni Dolores non era ancora rimasta incinta. Non ne parlavano mai. Ma Pedro aveva potuto notare che Dolores era diventata sem­pre più irrequieta. Senza che lui lo sapesse, si era persino recata, in gran segreto, a cercare aiuto da una curiositas al confine con Haiti, ma niente era cambiato.

Dovevano passare otto anni. Ma una sera, quando Pedro stava rientrando dalla piantagione di canna da zucchero, lei gli era andata incontro e gli aveva annunciato di essere incinta. Alla fine dell'ottavo anno del loro matrimonio, Dolores diede alla luce una figlia. Quando Pedro vide sua figlia per la prima volta, si rese immediatamente conto che la bambina aveva ereditato la bellezza di sua madre. Quella sera, Pedro era andato in chiesa e aveva offerto una moneta d'oro che aveva avuto in dono da sua madre quando questa era ancora viva. L'aveva offerta alla Vergine Maria e aveva pensato che anche lei, con il suo bimbo in fasce, gli ricordava Dolores e la loro bambina appena nata.

Dopodiché, era tornato a casa cantando a voce talmente alta e forte, che la gente che lo incontrava lo guardava e si chiedeva se avesse bevuto troppo estratto di canna da zucchero fermentato.


Dolores dormiva. Respirava sempre più affannosamente e si muoveva irrequieta.
«Non puoi morire» sussurrò Pedro notando che non riusciva più a controllare la propria disperazione. «Non puoi lasciare me e nostra figlia.»

Due ore dopo era tutto finito. Per un breve attimo il respiro di Dolores si fece completamente normale. La donna aprì gli occhi e lo fissò.

«Devi battezzare nostra figlia» disse. «Devi battezzarla e devi prenderti cura di lei.»

«Presto starai nuovamente bene» le rispose. «Andremo in­sieme in chiesa e la faremo battezzare.»

«Io non ci sono più» gli rispose chiudendo gli occhi.

Poi se n'era andata.

Due settimane più tardi, Pedro lasciò il villaggio con sua fi­glia in un cesto che portava sulle spalle. Suo fratello Juan lo seguì per un po'.

«Sai cosa fai?» gli chiese.

«Faccio solo quello che deve essere fatto» rispose Pedro.

«Perché devi andare in città per battezzare tua figlia? Perché non la fai battezzare qui nel villaggio? Quella chiesa è andata bene sia per te che per me. E per i nostri genitori prima di noi.»

Pedro si fermò e fissò suo fratello.

«Abbiamo aspettato un bambino per otto anni. Quando fi­nalmente nostra figlia è arrivata, Dolores si è ammalata. Nessu­no poteva aiutarla. Non aveva ancora compiuto trent'anni. Ed è morta. Perché siamo poveri. Perché siamo pieni delle malattie della povertà.

Ho incontrato Dolores quella volta che sei sparito durante il carnevale. Adesso tornerò alla grande cattedrale che è nella piazza dove ci siamo incontrati. Mia figlia sarà battezzata nella più grande chiesa del paese. È il minimo che possa fare per Dolores.» Non attese la risposta di Juan, ma si girò e riprese a camminare. La sera tardi, quando arrivò al villaggio dove Dolo­res era cresciuta si fermò nella casa della madre di lei. Aveva spiegato ancora una volta dove stava andando. Quando finì di parlare, la vecchia donna aveva scosso il capo con tristezza.


«Il tuo dolore ti porta alla pazzia» disse. «Pensa piuttosto che a tua figlia non farà bene essere sballottata sulla tua schiena fino a Santiago. La strada è lunga.»
Pedro non rispose. Al mattino presto riprese il suo cammino. Per tutto il percorso continuò a parlare alla bambina che era nel cesto sulle sue spalle. Le raccontava tutto quello che si ricordava di Dolores. Quando non ebbe altro da dire ricominciò da capo.

Arrivò in città di pomeriggio mentre pesanti nuvole pregne di pioggia si stavano ammassando all'orizzonte. Arrivato alla grande porta della cattedrale di Santiago Apostol si sedette e aspettò. Di tanto in tanto dava alla figlia il cibo che si era porta­to da casa. Guardava i preti vestiti di nero che gli passavano davanti. Trovava che erano troppo giovani o che avevano trop­pa fretta per essere degni di battezzare sua figlia. Aspettò per molte ore. Alla fine vide un vecchio prete che attraversava a passi lenti la grande piazza in direzione della cattedrale. Si alzò, si tolse il cappello di paglia e tese in avanti sua figlia. Il vecchio prete ascoltò pazientemente la sua storia. Poi annuì.

«Battezzerò tua figlia» disse. «Hai fatto molta strada per quello in cui credi. Una cosa molto insolita per i tempi che cor­rono. Oggi, è raro che un essere umano faccia lunghi percorsi per ciò in cui crede. Per questo il mondo è nello stato in cui si trova.»

Pedro seguì il prete nella cattedrale. Aveva la sensazione che Dolores fosse al suo fianco. Il suo spirito fluttuava intorno a loro seguendoli passo per passo fino al fonte battesimale.

Il vecchio prete appoggiò il suo bastone contro una delle alte colonne.
«Come si chiamerà la bambina?» chiese.

«Come sua madre» rispose Pedro. «Si chiamerà Dolores. Vo-1 glio che abbia anche il nome Maria. Dolores Maria Santana.»

Dopo il battesimo, Pedro tornò nella piazza e si sedette vici-' no alla statua dove aveva incontrato Dolores dieci anni prima. Sua figlia dormiva nella cesta. Rimase seduto immobile, profon­damente immerso in se stesso.

Io, Pedro Santana, sono un uomo semplice. Dai miei genito­ri, non ho ereditato altro che povertà e continua miseria. Così non ho potuto neppure tenere mia moglie. Ma ti prometto che nostra figlia, avrà una vita diversa. Farò di tutto perché eviti di vivere una vita come la nostra. Dolores, io ti prometto che tua figlia diventerà un essere umano che vivrà a lungo e felicemente ' Una vita dignitosa.

La sera stessa Pedro lasciò la città dietro di sé. Ritornò al villaggio con sua figlia Dolores Maria.

Era il dieci maggio 1978.

Dolores Maria, tanto amata da suo padre, aveva allora otto mesi.




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La leonessa bianca (Den vita lejoninnan) è un romanzo dello scrittore svedese Henning Mankell che, edito nel 1998, costituisce la terza stor...

La leonessa bianca (Den vita lejoninnan) è un romanzo dello scrittore svedese Henning Mankell che, edito nel 1998, costituisce la terza storia della saga dell'ispettore di polizia Kurt Wallander. Il romanzo è ambientato, a Ystad, Svezia e in Sudafrica. La prima edizione italiana del romanzo è stata pubblicata nell'anno 2003 da Marsilio.

A proposito dell'ambientazione in Sudafrica di gran parte del romanzo, va detto che lo scrittore vive da anni parzialmente proprio nel paese africano. Anche da questo romanzo, come da molti altri scritti da Mankell, è stato tratto nel 1996 un film di produzione svedese intitolato Den Vita lejoninnan e diretto da Per Berglund.

La trama si snoda su due livelli paralleli: uno, ambientato durante l'ultimo periodo dell'apartheid in Sudafrica dove il presidente Frederik Willem de Klerk rischia di perdere il potere a favore della maggioranza nera guidata dall'African National Congress; l'altro, narra delle indagine che vengono condotte dall'ispettore capo Kurt Wallander riguardo un caso di omicidio di Louise Åkerblom, una donna agente immobiliare metodista, nella cittadina svedese di Ystad.

Il ritrovamento del corpo della donna, in fondo ad un pozzo ed il ritrovamento di un dito di un uomo di colore, di un detonatore che provoca una forte esplosione e di un'arma sul luogo del crimine sul luogo del crimine, conducono ben presto il brillante Wallander sulle tracce di ex-agente del KGB, giunto in Svezia per un complotto che mira ad assassinare una importante personalità sudafricana.


Nel tardo pomeriggio del 21 aprile 1918, tre uomini si incontrarono in un modesto caffè nel quartiere di Kensington a Johannesburg. Tutti e tre erano giovani.
Werner van der Merwe, il più giovane, aveva appena compiuto diciannove anni. Il più vecchio, Henning Klopper, ne aveva ventidue. Il terzo uomo, Hans du Pleiss, avrebbe compiuto ventidue anni qualche settimana dopo.

Si erano incontrati proprio quel giorno per decidere come avrebbero celebrato il suo compleanno. Infatti, quel pomeriggio, nessuno dei tre parlò della festa di compleanno.

Neppure Henning Klopper, che fu quello che avanzo la proposta che, a lungo termine, avrebbe cambiato l'intera società sudafricana, si rendeva contodelle conseguenze che i suoi pensieri ancora incompleti avrebbero avuto.

Tutti i tre giovani uomini erano diversi fra di loro, ma avevano qualcosa in comune. Tutti e tre erano boeri. Tutti e tre erano discendenti di ricche famiglie sbarcate nel Sudafrica durante le prime grandi ondate di immigrazione di
olandesi.

Quando l'influenza inglese nel paese aveva cominciato a crescere fino a raggiungere forme di aperta oppressione avevano caricato i loro averi su carri tirati da buoi e avevano iniziato il loro lungo viaggio verso l'interno, verso le pianure del Transvaal e dell'Orange.

Per i tre giovani come per tutti i boeri, la libertà e l'indipendenza erano la
idiosincrazia essenziale per evitare che la loro lingua e la loro cultura svanissero.

La libertà era una garanzia per evitare qualsiasi indesiderata assimilazione con gli odiati abitanti di origine inglese, e ancora di più con i neri che popolavano il paese o con la minoranza indiana che viveva quasi esclusiva­mente commerciando nelle città costiere come Durban, Port Elizabeth e Città del Capo.

Henning Klopper, Werner van der Merwe e Hans du Pleiss erano boeri. E questo era un fatto che non potevano né di­menticare né rinnegare. Ma soprattutto, erano orgogliosi di esserlo. Avevano imparato sin dalla loro infanzia che apparte­nevano a un popolo di eletti. Ma queste erano convinzioni che non venivano quasi mai discusse apertamente durante i loro incontri giornalieri nel piccolo caffè. Esistevano e basta, come un tacito requisito per la loro amicizia e lealtà, per i loro pensieri e per i loro sentimenti.

Dato che tutti e tre lavoravano come impiegati per la Com­pagnia delle Ferrovie Sudafricane, si incontravano in quel caffè alla fine di ogni giornata di lavoro. Normalmente parla­vano di ragazze, dei loro sogni per il futuro e della grande guerra che sembrava avere raggiunto il culmine in Europa. Ma proprio quel giorno, Henning Klopper era rimasto silenzioso, assorto nei propri pensieri. Gli altri due, abituati a sentirlo parlare in continuazione, lo guardavano perplessi.

«Sei malato?» chiese Hans du Pleiss. «Un attacco di mala­ria?»

Henning Klopper scosse lievemente il capo senza rispon­dere.

Hans du Pleiss scrollò le spalle e si rivolse a Werner van der Merwe.

«Sta pensando» disse Werner. «Sta cercando di capire cosa deve fare per farsi aumentare lo stipendio da quattro a sei sterline al mese.»

Quello era uno degli argomenti di conversazione più ricor­renti, come riuscire a convincere il loro capo restio ad aumen­tare i loro magri stipendi. Nessuno dei tre dubitava che, nel futuro, il loro lavoro nella Compagnia delle Ferrovie Sudafri­cane li avrebbe portati a occupare delle cariche importanti.

Tutti e tre avevano una buona dose di fiducia in se stessi, ed erano persone intelligenti ed efficienti. Il problema era che, secondo le loro convinzioni, tutto procedeva con una lentezza esasperante.

Henning Klopper allungò una mano, prese la tazza di caffè ' e bevve un sorso. Si passò la punta delle dita sull'alto colletto bianco per controllare che fosse a posto. Poi si passò la mano sui capelli che portava pettinati con la riga in mezzo.

«Voglio raccontarvi quello che è accaduto quarantanni fa» , disse scandendo lentamente le parole.

Werner van der Merwe, che portava occhiali con spesse pienti, socchiuse gli occhi.

«Sei troppo giovane, caro Henning» disse. «Dovrai aspettare almeno una ventina d'anni prima di poterci parlare di ricordare quelli che ne hanno quaranta.»

Henning Klopper scosse il capo.

«I ricordi non sono miei» rispose. «E neppure di qualche membro della mia famiglia.

Si tratta di un sergente inglese che chiamava George Stratton.»

Hans du Pleiss tolse di bocca il sigaretto che stava cercando accendere.

«Da quando in qua ti interessi degli inglesi?» chiese. l'unico inglese buono è un inglese morto, indipendentemente dal fatto che sia un sergente o un uomo politico o un ispettore delle miniere.»

«È morto» disse Henning Klopper. «Il sergente George Sutton è morto. Non devi preoccuparti. Ed è proprio della morte, avvenuta quarant'anni fa, che voglio parlarvi.»

Hans du Pleiss aprì la bocca per fare un'ulteriore obiezione ma prima che potesse parlare, Werner van der Merwe gli una mano sulla spalla.

Spetta» disse. «Lascia che Henning racconti.»

Henning Klopper bevve un altro sorso di caffè e si asciugò accuratamente la bocca e i sottili baffi biondi con un tovagliolo.

Era l'aprile del 1878» iniziò. «Durante la guerra degli inglesi contro le tribù africane in rivolta.»

La guerra che hanno perso» disse Hans du Pleiss. «Solo esi possono perdere una guerra contro dei selvaggi.

Lascialo continuare» disse Werner van der Merwe. «Smet­ti interromperlo.»

«Quello che sto per raccontarvi è accaduto da qualche parte nelle vicinanze di Buffalo River» disse Henning Klop-per. «Il fiume che gli indigeni chiamano Gongqo.

Il distacca­mento di Mounted Rifles del quale George Stratton era a capo si era accampato e aveva preso posizione in uno spiazzo aper­to vicino al fiume. Davanti a loro, si ergeva un'altura della quale non ricordo il nome. Ma un gruppo di guerrieri Xhosa aspettava nascosto dall'altura. Non erano molti ed erano male armati. Insomma, niente che potesse inquietare gli uomini di Stratton.

I due che aveva inviato in avanscoperta avevano ri­ferito che gli Xhosa sembravano disorganizzati e sul punto di andarsene. Inoltre, quel giorno, Stratton e i suoi sottufficiali aspettavano l'arrivo di almeno un battaglione di rinforzo. Ma improvvisamente accadde qualcosa che rese il sergente Strat­ton, conosciuto per la sua flemma, irrequieto.

Cominciò ad andare da un soldato all'altro dicendo loro addio. In seguito, molti dissero che avevano avuto l'impressione che fosse stato colto da una febbre improvvisa. Poi, Stratton prese la pistola dalla fondina, si sparò alla tempia davanti ai suoi uomini. Quando cadde morto a pochi metri dal Buffalo River, aveva ventisei anni. Quattro in più di quanti ne ho io oggi.»

Henning Klopper finì di parlare bruscamente, come se fos­se rimasto sorpreso dalle sue stesse parole. Hans du Pleiss accese il sigaretto, aspirò il fumo e alzò lo sguardo al cielo come se fosse in attesa di sentire l'amico continuare la sua storia. Werner van der Merwe alzò la mano e fece schioccare le dita in direzione di un cameriere nero che stava sbarazzan­do un tavolo nella parte opposta del locale.

«È tutto?» chiese Hans du Pleiss.

«Sì» rispose Henning Klopper. «Non basta?»

«Credo che a questo punto ci voglia dell'altro caffè» disse Werner van der Merwe.

Il cameriere nero che zoppicava vistosamente prese l'ordine inchinandosi e poi sparì dietro la porta a battenti che portava nella cucina.

«Perché ci hai raccontato tutto questo?» chiese. «La storia di un sergente inglese che, colto da un colpo di sole, si spara alla testa?»

Henning Klopper guardò i suoi due amici sorpreso.

«Ma non capite?» disse. «Ma veramente non capite?»

La sua espressione di sorpresa era genuina, non stava fin­gendo o cercando di impressionare gli amici. Quando aveva letto per caso la storia del sergente Stratton in un giornale dell'epoca che aveva trovato nella soffitta della casa paterna, aveva subito pensato che il fatto lo riguardasse.

In qualche t modo, aveva pensato che la sorte del sergente Stratton avrebbe potuto essere la sua.

All'inizio, quel pensiero gli era sembrato tanto improbabile da sconcertarlo. Che cosa poteva livere in comune con un sergente dell'esercito britannico che, apparentemente vittima di un raptus di follia, si era portato il revolver alla tempia e aveva premuto il grilletto?

In verità non era stata la descrizione della fine di Stratton attirare la sua attenzione.

Erano state le ultime righe dell'articolo.

Molto tempo dopo, un soldato semplice, che era lato testimone dell'evento, aveva raccontato che nei giorni precedenti il sergente Stratton continuava a ripetere a se stesso un'unica frase. Meglio il suicidio che cadere vivo in mano ai guerriri Xhosa. Ed era proprio così che Henning Klopper giudicava la propria situazione di boero in un Sudafrica sempre più domi­nato dagli inglesi.

Leggendo l'articolo, aveva avuto l'impressione che la sola scelta che gli rimaneva era quella del sergente Hutton. Sottomissione, aveva pensato. Niente può essere più avvilente che essere costretti a vivere in condizioni imposte da tutta la mia famiglia, tutta la mia gente, è costretta a secondo le leggi, la prepotenza e il disprezzo degli inglesi.

La nostra cultura è costantemente minacciata, gli inglesi cercheranno di distruggerci sistematicamente. Allora la sottomissione sarà completa.

La sua prima reazione era stata di sgomento. Chi avrebbe potuto opporre resistenza agli inglesi nel futuro se non gli uomini della sua stessa generazione? Chi avrebbe difeso i di­ritti dei boeri se non lo avesse fatto egli stesso? O Hans du Pleiss o Werner van der Merwe?

La storia del sergente Stratton gli aveva confermato qualco­sa che in qualche modo sapeva già. E ora, non poteva più sfuggire alla realtà dei fatti e alla propria consapevolezza.

Meglio il suicidio che la sottomissione. Ma dato che io voglio continuare a vivere, le cause della sottomissione devono essere eliminate.

Questa era l'alternativa, semplice e difficile, ma allo stesso tempo inequivocabile,
Non riusciva a capire perché avesse scelto proprio quel giorno per raccontare ai suoi due amici la storia del sergente Stratton. Aveva semplicemente sentito di non potere aspettare più a lungo.

I tempi erano maturi, si era detto, non potevano continuare a passare i pomeriggi e le serate nel loro caffè preferito a fantasticare sul futuro facendo progetti per cele­brare compleanni. C'era qualcosa di molto più importante di tutto questo, qualcosa che era fondamentale per il futuro in generale. Gli inglesi che non si trovavano a loro agio nel Su­dafrica potevano scegliere di tornare in patria, oppure poteva­no cercare fortuna in un'altra colonia dell'apparentemente infinito impero britannico.

Ma per Henning Klopper e per gli altri boeri esisteva solo il Sudafrica. Un tempo, quasi duecen­totrenta anni prima, scacciati dalle persecuzioni religiose, ave­vano bruciato tutti i ponti dietro di sé e avevano trovato il loro paradiso perduto in quel paese. Le loro privazioni li avevano convinti di essere un popolo eletto. Ed era lì, all'estremo sud del continente africano, che avevano il loro futuro. O quello, o una sottomissione che avrebbe significato un lento ma ine­sorabile annientamento.

Il vecchio cameriere zoppicante si avvicinò al tavolo con un vassoio e una caffettiera, fece un inchino e servì il caffè con mani tremanti. Henning Klopper accese una sigaretta e fissò i suoi due amici.

«Non capite?» disse nuovamente. «Non capite che siamo di fronte alla stessa scelta del sergente Stratton?»

Werner van der Merwe si tolse gli occhiali e li pulì con il fazzoletto.

«Voglio vederti bene, Henning Klopper» disse. «Devo assicurarmi che la persona che ho davanti sia veramente l'Henning Klopper che conosco.»

Henning Klopper non riuscì a frenare un moto di rabbia. Perché non capivano quello che voleva dire? Doveva forse edere di essere l'unica persona assillata da questi pensieri?

«Ma non vedete quello che sta accadendo intorno a noi?» disse. «Se non siamo disposti a difendere il nostro diritto di eredi boeri, chi potrà farlo per noi? Volete che il nostro polo sia oppresso e indebolito al punto che l'unica cosa che rimarrà da fare sarà quello che ha fatto George Stratton?»

Werner van der Merwe scosse lentamente il capo. Henning Opper ebbe la sensazione di percepire una sfumatura di risa nelle parole dell'amico.

Abbiamo perso la guerra con gli inglesi» disse. «Siamo troppo pochi e abbiamo permesso agli inglesi di essere più numerosi di noi in questo paese che una volta era il nostro. Siamo costretti a cercare di vivere insieme a loro in una forma di comunanza.

Non vedo alternative possibili.

Siamo troppo pochi e rimarremo sempre inferiori di numero, anche se le nostre donne non facessero altro che mettere al mondo figli.»

Non è una questione di essere inferiori di numero» rispose Henninging Klopper irritato. «Sto parlando di convinzione. Di sabilità.»

Non solo» disse Werner van der Merwe. «Adesso capisco che volevi dire con la storia del sergente Stratton. E darti ragione. Ma non ho bisogno che tu mi ricordi che sono boero. Tu sei un sognatore, Henning Klopper.

«Come dovremmo agire secondo te?

Come i comunisti in Russia? Armarci e salire sul iceberg per fare i partigiani?

E mi sembra che tu dimentichi che non è solo una questione di superiorità numerica inglesi. Ciò che minaccia maggiormente il nostro modo vero sono gli aborigeni, i neri.»

«Quelli non avranno mai un ruolo importante» rispose.




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I cani di Riga (titolo originale Hundarna i Riga), romanzo giallo dello scrittore svedese Henning Mankell, è la seconda storia della saga de...

I cani di Riga (titolo originale Hundarna i Riga), romanzo giallo dello scrittore svedese Henning Mankell, è la seconda storia della saga dell'ispettore di polizia Kurt Wallander.

Il romanzo è ambientato, a Ystad, Svezia e a Riga, Lettonia.

Un canotto alla deriva con i corpi di due uomini viene ritrovato sulle coste della Svezia meridionale; il commissario Kurt Wallander indaga ed è indirizzato su una pista che lo porta a Riga, capitale della Lettonia.

Il detective si trova invischiato in un intreccio di avvenimenti che hanno sullo sfondo l'instabile scenario politico lettone determinatosi dopo la caduta dell'impero sovietico e prima del periodo di prosperità economica in cui il paese baltico si troverà solo a partire dall'anno 2000.

Con i Cani di Riga l’ispettore Wallander lascia per la prima volta la sua Scania per un’avventurosa indagine che lo spinge in Lettonia. Una terra sconosciuta, persa nel dedalo geografico post-sovietico che tra nomi impronunciabili e assonanze finisce per sembrare un tutto compatto e indistinguibile.

Un mondo ancora grigio che si dibatte tra le tentazioni tutte consumistiche dell’Occidente, le spinte nazionaliste e una sola impresa di successo: la criminalità organizzata.


L’indagine sulla morte del maggiore Liepa, poliziotto lettone, coinvolge Wallander nei costumi di un paese dove si sussurra e si intende più che dire, e il suo coraggio è messo a dura prova.


Una volta di più, la forza del racconto è tutta nella miscela dei delitti, delle atmosfere evocate e della sbilenca normalità di Wallander. Uno che pensa seriamente di mollare tutto per andare a fare l’esperto di sicurezza, ma non può fare a meno di assecondare quella voce interiore che senza retorica lo spinge ad arrivare fino in fondo.


La neve iniziò a cadere poco dopo le dieci del mattino.

L'uomo al timone nella cabina del battello da pesca impre­cò ad alta voce.

Sapeva dal bollettino meteo di un'ora prima che era prevista neve, ma aveva sperato di avvistare la costa svedese prima che la tempesta avesse inizio.

Maledizione, se ieri sera non avessi perso tempo a Hiddensee, pensò, a que­st'ora avrei già avvistato Ystad e avrei potuto fare rotta a est, adesso invece siamo ad almeno sette miglia dalla costa e se la neve aumenta d'intensità, sarò costretto ad alare e aspettare una visibilità migliore.

L'uomo imprecò nuovamente. L'avarizia gioca sempre brutti scherzi, pensò. Perché non ho fatto quello che in pra­tica avevo già deciso di fare a settembre? Perché non ho com­prato l'impianto radar nuovo...

Il vecchio Decca ha visto gior­ni migliori. Avrei dovuto comprare uno di quei nuovi modelli americani. Ma sono stato tirchio. E poi non mi fidavo dei tedeschi dell'Est. Ero certo che mi avrebbero rifilato una fre­gatura.

Continuava ad avere difficoltà ad accettare che la Repubbli­ca Democratica Tedesca non esistesse più e che un intero popolo, che i tedeschi dell'Est non esistessero più. In una sola notte, la storia aveva cancellato una frontiera fittizia che aveva diviso una nazione per più di trent'anni.

Ora c'era un unico stato che si chiamava Germania e due popoli che erano tornati a essere uno solo. E tutti cercavano di immaginare, senza però riuscirci, cosa potessero veramente provare incontrandosi li­beramente nella vita di tutti i giorni. All'inizio, quando il Muro era caduto da un giorno all'altro, l'uomo al timone del battello aveva provato un senso di angoscia.

Era possibile che quell'improvviso e inaspettato cambiamento potesse avere conseguenze negative sulla sua attività? Ma i suoi partner di quella che tutti ormai chiamavano l'ex Germania Est lo ave­vano rassicurato. Non sarebbe cambiato niente. Al contrario, avevano detto, molto probabilmente il nuovo stato di cose avrebbe persino potuto significare nuove e più proficue op­portunità di fare affari.

La neve cadeva sempre più fitta e il vento aveva cambiato direzione e cominciava a soffiare verso sud-sud ovest. L'uomo, che si chiamava Holmgren, accese una sigaretta e si versò una tazza di caffè dal thermos che teneva sempre vicino alla bus­sola. Il calore nella cabina di comando lo faceva sudare.

L'odore di gasolio sembrava più acre del solito. L'uomo si girò e gettò uno sguardo verso il vano motore. Intravide i piedi di Jacobson che dormiva disteso sulla piccola branda. L'alluce destro spuntava da un buco nella spessa calza di lana grigia. Tanto vale lasciarlo dormire, pensò. Se saremo costretti ad alare, mi farò dare il cambio e potrò riposare un paio d'ore.

Bevendo l'ultimo sorso di caffè non riuscì a fare a meno di tornare con il pensiero alla sera prima. Per cinque ore erano stali bloccati nel minuscolo porto semiabbandonato a ovest di I [iddensec aspettando il camion che doveva caricare la merce. Weber aveva affermato che il ritardo era dovuto a un guasto al motore del camion. In un certo senso era una spiegazione accettabile. Il camion, un modello obsoleto, surplus dell'eser­cito sovietico, era stato in qualche modo raffazzonato e ogni volta die lo vedeva apparire Holmgren si meravigliava.

Aveva m rettato la scusa, ma anche se Weber non lo aveva mai ingan­nato o tini lato, continuava a non fidarsi di lui. Sin dall'inizio qualcosa in quell'uomo non lo aveva convinto e non riusciva a cambiare idea. In ogni caso, preferiva essere cauto, dopo tutto il valore della merce che scaricava a ogni viaggio era ( onsidercvole. Da venti a trenta computer dell'ultimo model­lo, un centinaio di telefoni cellulari e altrettante autoradio.

Non solo aveva la responsabilità per milioni di corone, ma se m.u li polizia di frontiera lo avesse preso, sapeva di andare ui« «hiiio a una lunga permanenza in prigione. E in quel caso Webu non <>li sarebbe certamente stato di aiuto. Nel mondo in (in si muoveva, ognuno pensava soltanto a se stesso.

Controllò la bussola e corresse la rotta di due gradi più a nord. Il solcometro indicava una velocità costante di otto nodi. Mancavano ancora più di sei miglia prima che potesse avvistare la costa svedese e iniziare a fare rotta su Brantevik. Riusciva ancora a intravedere il movimento blu grigio delle onde, ma la neve cadeva sempre più fitta.

Ancora cinque viaggi, pensò. Poi sarà finita. Allora avrò messo da parte abbastanza denaro per potermene andare. Accese un'altra sigaretta e sorrise al pensiero. Ancora cin­que viaggi e avrebbe raggiunto il suo obiettivo.

Ancora cinque viaggi e avrebbe lasciato tutto e tutti dietro di sé, avrebbe intrapreso il lungo viaggio verso Porto Santos e avrebbe aper­to il suo bar. Presto non sarebbe più stato costretto a rimane­re in quella cabina soffocante ad ascoltare Jacobson che rus­sava sulla branda nel vano motore impregnato dall'odore di gasolio e di olio bruciato. Anche se non era certo di quale futuro la sua nuova vita gli poteva riservare, non vedeva l'ora di iniziarla.

Improvvisamente, con la stessa repentinità con cui aveva iniziato, la neve smise di cadere. Lì per lì non riuscì a credere alla propria fortuna. Chiuse gli occhi per alcuni secondi e li riaprì scuotendo il capo. Forse, dopotutto, possiamo ancora farcela, pensò. Forse la tempesta ha cambiato direzione e si sta muovendo verso la Danimarca?

Si versò un'altra tazza di caffè e iniziò a canticchiare. Ap­pesa a una delle pareti della cabina, c'era la borsa con il de­naro. La distanza da Porto Santos, la piccola isola al largo di Madeira, si era accorciata di trentamila corone. Quel paradiso sconosciuto che lo stava aspettando era sempre più vicino.

Stava per portare la tazza di caffè alle labbra quando scorse il canotto di gomma. Se la neve non avesse smesso di cadere, non lo avrebbe mai potuto notare. Ma ora era lì, sballottato dalle onde a una cinquantina di metri a babordo. Passò la manica della giacca sul vetro della cabina, socchiuse gli occhi e vide che era un canotto rosso di salvataggio. Sembra vuoto, ensò. Probabilmente il vento lo ha fatto staccare da qualche nave. Diede un giro di timone e diminuì la velocità.


All'im­provviso cambiamento di regime del motore diesel, Jacobson si svegliò di soprassalto.


«Siamo arrivati?» chiese con la voce impastata dal sonno.

«C'è un canotto a babordo» disse Holmgren. «Cerchiamo di agganciarlo e di portarlo a bordo. Anche usato, deve valere almeno quattromila corone. Prendi il timone, io vado a pren­dere la gaffa.»

Jacobson salì nella cabina e prese il timone. Holmgren in­filò una cerata, mise un berretto di lana blu in testa e uscì dalla cabina. Il vento freddo gli frustò il viso facendolo rabbri­vidire. Il battello si stava avvicinando lentamente al canotto. Holmgren staccò la gaffa che era assicurata alla parte più alta della parete della cabina. Impiegò qualche minuto a sciogliere i nodi bagnati. Quando finalmente riuscì a liberare la gaffa, si voltò per agganciare il canotto.

Sussultò e fece un mezzo passo indietro. Si era reso conto che il canotto, che era a un paio di metri dal battello, non era vuoto come aveva creduto. Distesi sul fondo c'erano due uo­mini. Due uomini morti. Dall'interno della cabina, Jacobson urlò qualcosa di incomprensibile.

Anche lui aveva notato il macabro carico del canotto.
Non era la prima volta che Holmgren vedeva degli uomini morti. Molti anni prima, durante il servizio militare, un pezzo di artiglieria era esploso durante una manovra e quattro dei suoi migliori amici erano stati fatti a pezzi. E in seguito, du­rante i lunghi anni passati a guadagnarsi da vivere con la pesca, aveva avuto modo di vedere altri cadaveri galleggiare gonfi sull'acqua o sbattuti dalle onde sulle spiagge.

I due uomini erano stesi sul fondo del canotto. La prima cosa che colpì Holmgren furono gli abiti che i due indossava­no. Non erano abiti di pescatori o di marinai. Entrambi indos­savano giacca e cravatta. Erano stesi l'uno vicino all'altro, come se avessero cercato di proteggersi a vicenda da qualcosa di terribile. Cosa può essere successo? pensò. Chi sono? In quello stesso momento, Jacobson uscì dalla cabina e si mise a fianco di Holmgren.

«Porca puttana» disse. «Dannazione. Cosa facciamo?» Holmgren rifletté un attimo.
«Niente» rispose. «Se li tiriamo su saremo costretti a ri­spondere a un sacco di domande. Non li abbiamo visti, e questo è tutto. Nevicava e la visibilità era al minimo.»

«Stai dicendo che vuoi lasciare che il canotto vada alla deriva?» chiese Jacobson.

«Proprio così» rispose Holmgren. «Quei due sono morti. Non possiamo farci niente. Meglio lasciar perdere. Voglio assolutamente evitare di rispondere a domande del tipo: Cosa facevate? Da dove venite?»

Jacobson scosse il capo incerto. Rimasero in silenzio a os­servare i due cadaveri. Holmgren pensò con un fremito che i due uomini nel canotto non potevano avere più di trent'anni. I loro volti erano grigi e tumefatti.

«Strano» disse Jacobson. «Non vedo nessun nome sul ca­notto. Normalmente i canotti di salvataggio portano il nome della nave.»

Holmgren prese la gaffa, agganciò il canotto e lo fece gira­re. Si rese conto che Jacobson aveva ragione.

«Cosa diavolo può essere successo?» borbottò. «Chi sono questi due? Da quanto tempo il canotto sta andando alla deriva? Tutti e due in giacca e cravatta...»

«Quanto manca a Ystad?»

«Poco più di sei miglia.»

«Potremo prendere il canotto a rimorchio e poi lasciarlo in vicinanza della costa» disse Jacobson. «Andrà alla deriva su qualche spiaggia e qualcuno lo troverà.»
Holmgren rifletté. In qualche modo, l'idea di lasciare quei due poveretti non gli piaceva. Ma allo stesso tempo, prendere il canotto a rimorchio comportava non pochi rischi. C'erano buone probabilità che uno dei tanti traghetti o navi da carico li notasse. Un battello da pesca con a rimorchio un canotto di salvataggio rosso non poteva passare inosservato.

Cercò di valutare i prò e i contro.

Poi prese una decisione improvvisa. Afferrò una cima, si sporse sul pulpito e la assicurò al canotto. Jacobson tornò al timone e virò in direzione di Ystad. Holmgren lasciò correre la cima finché il canotto non fu a una decina di metri dal battello per evitare il moto ondoso creato dall'elica.

Quando intravidero il profilo della costa svedese, Holm­gren tagliò la cima. Il battello si allontanò rapidamente dal canotto con il suo carico macabro. Jacobson fece rotta verso est e alcune ore dopo il battello entrava nel porto di Brante-vik.

Jacobson prese le sue cinquemila corone, salì sulla sua Volvo e partì in direzione di Svarte, dove abitava. Holmgren chiuse la cabina e poi iniziò a fissare un telone sul boccaporto di carico. Il porto era deserto e Holmgren controllò metodi-punente e senza fretta che tutto fosse in ordine. Poi prese la borsa con il denaro e si avviò verso la sua vecchia Ford.

In giorni normali, si sarebbe messo al volante e avrebbe cominciato a pensare a Porto Santos. Ma ora, davanti agli occhi vedeva solo il canotto rosso seguire il moto delle onde. Cercò di calcolare quando il canotto avrebbe raggiunto la costa. Le correnti erano capricciose e cambiavano continua­mente.

Il vento era altrettanto imprevedibile in quella stagio­ne. Il canotto poteva toccare terra praticamente in qualsiasi punto lungo la costa. Ma Holmgren aveva la sensazione che lo avrebbe fatto nelle vicinanze di Ystad. Ammesso che prima non fosse stato individuato da uno dei traghetti per la Polonia o da qualche altra nave.

Arrivò a Ystad alle prime luci dell'alba. Si fermò al sema­foro rosso all'angolo dell'hotel Continental.

Due uomini in giacca e cravatta, pensò. In un canotto ab­bandonato in mezzo al Baltico. Un pensiero continuava ad assillarlo. Aveva la sensazione di aver visto qualcosa che avrebbe dovuto costringerlo a riflettere. Quando scattò il ver­de capì che cosa era stato. I due uomini morti non erano saliti nel canotto da una nave in pericolo.

Qualcuno li aveva messi lì quando erano già morti. Sapeva che la sua era una semplice supposizione. Ma era sicuro che le cose si fossero svolte in quel modo. I due uomini erano stati messi nel canotto quando erano già morti.

Come spinto da un impulso irresistibile, parcheggiò l'auto, scese e si diresse verso una cabina telefonica. Prima di staccare il microfono, pensò accuratamente a quello che avrebbe detto. Poi compose il numero delle emergenze e chiese della polizia. Alzò gli occhi e notò attraverso la vetrata sporca della cabina telefonica che la neve aveva ripreso a cadere.

Era il 12 febbraio 1991



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Per festeggiare i 60 anni della fortunata collana Penguin Classics, la casa editrice inglese ha stilato una lista con i cento migliori libri...

Per festeggiare i 60 anni della fortunata collana Penguin Classics, la casa editrice inglese ha stilato una lista con i cento migliori libri classici di tutti i tempi usando un metro particolare: sono state create 20 liste di "sottogeneri" ciascuna con cinque libri (I migliori libri che parlano di viaggi, d'amore, di pazzi, di tradimenti etc...). E' abbastanza evidente il punto di vista anglosassone, nella lista infatti figurano ben 37 autori inglesi, 20 americani, 9 francesi e 6 russi. L'unico italiano è Machiavelli con Il Principe. Dickens, con 4 libri, è l'autore più presente.

Liste del genere vanno sempre prese per quello che sono, non compare neanche Shakespeare a cui la Penguin dedica una collana a parte. Molte curiosità fra le varie miniclassifiche: in quella sui viaggi Sulla Strada di Jack Kerouac si piazza al primo posto lasciandosi dietro addirittura che L'Odissea di Omero.

Vale comunque come lista di riferimento, nel senso che in ogni caso dove si pesca si pesca bene, e considerato il poco tempo che abbiamo a disposizione per la lettura, è sempre meglio leggere un classico che ci lascia sicuramente qualcosa dentro.

I link nella lista portano alla relativa scheda su Bol.it, con la presentazione del libro in questione.
I PAZZI

1. Ken Kesey - Qualcuno volò sul nido del cuculo

2. Nikolaj Vasil'evic Gogol' - Diario di un pazzo

3. Jean Rhys - Il grande mare dei Sargassi

4. Fedor Michajlovic Dostoevskij - Delitto e castigo

5. Fedor Michajlovic Dostoevskij - Memorie del sottosuolo


IL SESSO

1. Georges Bataille - Storia dell'occhio

2. Anais Nin - Una spia nella casa dell'amore

3. David Herbert Lawrence - L'amante di Lady Chatterley

4. Leopold von Sacher Masoch - Venere in pelliccia

5. Geoffrey Chaucer - I racconti di Canterbury


I VILLANI

1. Fedor Michajlovic Dostoevskij - I fratelli Karamazov

2. Joseph Conrad - Cuore di tenebra

3. Ian Fleming - James Bond 007: una cascata di diamanti

4. Mihail Afanas'evic Bulgakov - Il maestro e Margherita

5. Joseph Conrad - L'agente segreto


GLI AMANTI

1. Edward M. Forster - Camera con vista

2. Emily Bronte - Cime tempestose

3. George Gordon Byron - Don Juan

4. Nancy Mitford - Amore in climi freddi

5. Tennessee Williams - La gatta sul tetto che scotta


GLI EROI

1. Charles Dickens - David Copperfield

2. George Eliot - Middlemarch

3. H. Rider Haggard - Lei

4. Norman Mailer - Il combattimento

5. Nelson Mandela - Lungo cammino verso la libertà. Autobiografia


GLI STRAPPALACRIME

1. John Steinbeck - Uomini e topi

2. Edith Wharton - L'età dell'innocenza

3. Victor Hugo - Notre-Dame de Paris

4. Thomas Hardy - Giuda l'oscuro

5. Charles Dickens - La bottega dell'antiquario


I BRIVIDI

1. Robert Louis Stevenson - Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde

2. Bram Stoker - Dracula

3. Mary W. Shelley - Frankenstein

4. Horace Walpole - Il castello d'Otranto

5. Henry James - Giro di vite



LE GATTE MORTE

1. William Makepeace Thackeray - La fiera della vanità

2. Vladimir Nabokov - Lolita

3. Tennessee Williams - Baby Doll

4. Truman Capote - Colazione da Tiffany

5. Jane Austen - Emma

I VIAGGI

1. Jack Kerouac - Sulla strada

2. Omero - Odissea

3. John Steinbeck - Furore

4. Jerome K. Jerome - Tre uomini in barca

5. Lewis Carroll - Alice nel paese delle meraviglie


LA DECADENZA

1. Francis Scott Fitzgerald - Il grande Gatsby

2. Evelyn Waugh - Corpi vili

3. Oscar Wilde - Il ritratto di Dorian Gray

4. Francis Scott Fitzgerald - Belli e dannati

5. Joris-Karl Huysmans - Controcorrente


I RIBELLI

1. Malcolm X - Autobiografia di Malcom X

2. Albert Camus - Lo straniero

3. George Orwell - La fattoria degli animali

4. Friedrich Engels, Karl Marx - Manifesto del Partito Comunista

5. Victor Hugo - I miserabili


FANTASCIENZA

1. Herbert George Wells - La macchina del tempo

2. Philip K. Dick - L'uomo nell'alto castello

3. Herbert George Wells - L'uomo invisibile

4. John Wyndham - Il giorno dei trifidi

5. Evgenij Zamjatin - Noi

LA VIOLENZA

1. Anthony Burgess - Arancia meccanica

2. Hunter S. Thompson - Hell's angels

3. Charles Dickens - Una storia fra due città

4. James Baldwin - Un altro mondo

5. Truman Capote - A sangue freddo


GLI ALLUCINATI

1. William S. Burroughs - Junky

2. William Wilkie Collins - La pietra di luna

3. Thomas De Quincey - Confessioni di un oppiomane

4. Jack Kerouac - I sotterranei

5. Georges Simenon - La fuga del signor Monde


I SOVVERSIVI

1. George Orwell - 1984

2. Edward Abbey - I sabotatori. The Monkey Wrench Gang

3. Niccolò Machiavelli - Il principe

4. Woody Guthrie - Questa terra è la mia terra

5. Arthur Miller - Morte di un commesso viaggiatore


I CRIMINI

1. Georges Simenon - Maigret e il fantasma

2. William Wilkie Collins - La donna in bianco

3. Raymond Chandler - Il grande sonno

4. Arthur Conan Doyle - Uno studio in rosso

5. John Buchan - I trentanove gradini


GLI ADULTERI

1. Gustave Flaubert - Madame Bovary

2. Emile Zola - Teresa Raquin

3. Choderlos De Laclos - Le relazioni pericolose

4. Nathaniel Hawthorne - La lettera scarlatta

5. Lev Nikolaevic Tolstoj - Anna Karenina



IL DEGRADO

1. Robert Graves - Io, Claudio

2. Patrick Hamilton - Hangover Square. Una storia della più tetra Earl's Court

3. John Gay - L'opera del mendicante

4. C. Tranquillo Svetonio - Vite dei dodici Cesari

5. Damon Runyon - Bulli e pupe


L'AZIONE

1. Robert Louis Stevenson - L'isola del tesoro

2. Omero - Iliade

3. Alexandre Dumas - Il conte di Montecristo

4. Ian Fleming - James Bond. Dalla Russia con amore

5. Lev Nikolaevic Tolstoj - Guerra e pace


LE RISATE

1. Stella Gibbons - Cold Comfort Farm

2. George Grossmith, Weedon Grossmith - Diario di un nessuno

3. Charles Dickens - Il circolo Pickwick

4. Evelyn Waugh - L'inviato speciale

5. Kingsley Amis - Jim il fortunato



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Peter ha quattordici anni ed è solo. Da sempre. Dopo estreme ed indicibili esperienze trova accoglienza in una scuola sperimentale di Copena...

Peter ha quattordici anni ed è solo. Da sempre. Dopo estreme ed indicibili esperienze trova accoglienza in una scuola sperimentale di Copenaghen.

La scuola in oggetto è un istituto specializzato nel recupero di adolescenti disadattati.

Qui Peter dovrebbe imparare a coltivare affetti, a capire la realtà,essere uomo,crescere formarsi. Sceglie però,vie alternative, al margine o fuori da ciò che le ferree regole dell'Istituto consentono. È la storia di ciò che ha vissuto, suo passato, condiviso con due amici anche loro ospiti dell'istituto,August e Katarina.

Lo stesso Peter la racconta alla famiglia a distanza di anni.

Dall'autore di "Il senso di Smilla per la neve" un romanzo quasi autobiografico. Una storia sui drammi dei ragazzi che gli adulti non possono o non vogliono capire.

Che cos'è il tempo?

Salivamo cinque piani verso la luce e ci distribuivamo in tredici file rivolti verso il dio che apre le porte del mat­tino. Poi c'era una pausa, quindi arrivava Biehl. Perché quella pausa?

A un'esplicita domanda sulle sue pause rivoltagli da I Una delle ragazze brave, Biehl sul momento era rimasto in jpilenzio. Poi lui, che non diceva mai "io" di se stesso, aveva detto, lentamente e con grande serietà, come stupito della domanda, e forse anche della propria risposta: «Quando parlo dovete ascoltare soprattutto le mie pause. Dicono più delle mie parole».

Questo valeva anche per l'intervallo fra il momento in nella sala scendeva il silenzio assoluto e quello in cui i entrava e saliva sul pulpito. Una pausa eloquente, per dirlo con parole sue.

Poi veniva intonato un canto mattutino seguito da una preghiera che Biehl recitava come un un padrenostro, pausa, un canto patriottico, pausa e fine; a quel punto lasciava la sala come era arrivato, rapido, quasi di corsa.

Quali erano i sentimenti in sala mentre ciò avveniva?

Un sentimento in particolare, dissi io, era di primo mattino o la gente era stanca, ma non potevamo finirla lì?,

Mi stava venendo il mal di testa, ed era tardi, la campanel­la aveva già suonato, indicai l'ora.

Non ancora, disse lei, voleva farmi notare un'altra cosa, cioè il rapporto con il dolore. Nel corso di un esperimento, quando sopravveniva un dolore, come ora il mal di testa, non bisogna va mai interrompere e abbandonarlo. Bisogna­va invece dirigere su di esso la giusta luce dell'attenzione.

Disse così. La luce dell'attenzione.

Così ci volgemmo verso la paura.

Biehl aveva scritto le sue memorie, Sulle orme di Grundtvig. Lì dentro c'erano i nomi di tutti gli insegnanti che avevano lavorato nella scuola, tutte le volte che ci si era trasferiti in locali migliori e più ampi, una lunga serie di successi e il modo in cui erano stati premiati.

Ma nemmeno una parola sul rapporto con gli alunni, e perciò nemmeno sulla paura. Non una parola, nemmeno nelle pause o fra le righe.

Da principio era incomprensibile. Perché era quella la co­sa importante.

Non il rispetto o l'ammirazione, ma la paura.

Poi fu chiaro che quella reticenza rientrava in un piano più vasto. E allora capii.

Durante il canto mattutino rimanevamo in assoluto si­lenzio, fu la prima cosa che provai a farle capire.

A un determinato momento, ogni giorno, venivamo trasferiti nella sala canto, duecentoquaranta persone con ventisei insegnanti e Biehl; poi le porte venivano chiuse, e sapevamo che da quel momento bisognava osservare per un quarto d'ora un silenzio di tomba.

Era un divieto assoluto, perciò creava nella sala una certa tensione.

Come se la regola, includendo tutto e non tollerando nulla, chiedesse di essere violata. Come se la tensione all'interno della sala fosse uno dei suoi scopi.

Anni di esperienza avevano dimostrato che era impos­sibile far rispettare totalmente il divieto. Ma le poche eccezioni verificatesi erano comunque servite a riaffermare e a consolidare la regola.

In quelle poche occasioni si era trattato di un sommesso mormorio fra gli alunni, un tossicchiare e un agitarsi con­tagioso che per un po' non si poteva arrestare. Una situa­zione critica, una delle cose più difficili per un uomo nella posizione di Biehl.

La resistenza passiva di un corpo mas­siccio composto di piccoli esseri umani.

In quelle occasioni era stato fantastico. Non provava a fare come se nulla fosse. Piegava la testa e assorbiva l'agitazione. Rimaneva così, in piedi, a testa bassa, mentre la tensione in fila aumentava finché la paura soffocava l'agitazione.

Neanche per un attimo aveva guardato direttamente alcuno, andava avanti e concludeva il canto mattutino ! al solito. Eppure sapevamo che lui sapeva chi aveva linciato. Che aveva localizzato la fonte e sapeva come farla.

Doveva venire un altro insegnante, ma non si era ancora o nessuno.

Invece, la porta della classe era rimasta aperta pausa nell'attesa fu così lunga da confermarci quel che sapevamo.

Poi arrivò Biehl, con passo rapido e deciso.

«Sedetetevi» disse. «Jes rimanga in piedi.» ha bisogno di un po' di tempo per scaldarsi. Non anche se da quando mi ero ammalato a me così sembrava, forse un paio di minuti.

Jes aveva disturbato i suoi compagni nel canto mattutino, aveva intralciato l'orario della classe che già era rigido, aveva abusato della fiducia che l'era stata offerta, e d'improvviso arrivò il colpo.

Velocissimo, eppure con tale forza che sollevò il corpo e lo scaraventò nel corridoio tra i banchi.

Al colpo seguì una breve battuta d'arre­sto in cui lo shock bloccò tutto.

Poi arrivarono due cose contemporaneamente. Il sollievo, perché ora tutto era sta­to sistemato, e qualcos'altro, qualcosa di più profondo, di più lungo, quel che si produce quando un adulto colpisce con forza un bambino, qualcosa di totalmente estraneo al dolore dovuto al colpo.

Tornando verso la lavagna Biehl si rimise a posto i ve­stiti. Come un uomo che è stato in bagno. O con una put­tana. E che ha finalmente dato compimento a qualcosa di difficile ma necessario.

Lei non mi capì, così continuammo.

«Accade spesso?» chiese.

Prima della malattia non c'era stato motivo di pensare a quanto spesso. Ma ora, con la necessità di fare sempre at­tenzione al tempo, risultò una cosa piuttosto rara, meno di una volta alla settimana per classe. Un dosaggio estre­mamente preciso.

«In che modo?»

Era presto per iniziarla alle verità recondite, ma lo feci ugualmente.

Esisteva una legge, era stata Karin Aero a ri­velarlo, che risaliva all'antichità.

Dovendo dorare una su­perficie non era opportuno coprirla d'oro al cento per cen­to, l'effetto migliore si otteneva coprendola per poco più del sessanta. Una variante della legge sulla sezione aurea.

Lo stesso valeva per il rapporto fra tempo e punizione. Delle violazioni accertate, solo poco più della metà provo­cava una punizione.

Una specie di sezione aurea della violenza.

Io venivo picchiato spesso?

A questo potevo rispondere negativamente per quanto riguardava la mia permanenza nella scuola, un periodo di due anni e due mesi. In tutto questo tempo, fino a poco prima, non ero stato picchiato nemmeno una volta né ero stato punito, e fino a quando mi ero ammalato non avevo avuto un solo rimprovero né una "R" per un ritardo.

«No» disse lei, «quando uno ha paura, anche non essere puniti è una specie di libertà.»

Non lo disse per cattiveria, le era scappato. Era quasi di­retto a se stessa. Ma rivelava come provasse nei miei con­fronti una naturale avversione. E siccome non avevo nulla da perdere aggiunsi che prima di Biehl, nel mio passato, specialmente a Himmelbjerghus e alla Scuola delle croste, ne avevo prese e date più degli altri. Forse qui alla scuola non sarebbe riuscita a trovare un maggior esperto di ceffo­ni. A meno che non fosse andata direttamente da Biehl.

Mi chiese che cosa avrebbe detto lui.

Era scoppiato un caso nella scuola un anno prima. Sembrava che un alunno, Jes Jessen, con il quale avevo diviso stanza e che più tardi fu espulso, avesse avuto un abbassamento dell'udito dopo che Biehl lo aveva punito, ma non fu mai provato che fra le due cose esistesse una reagione, ma in quel caso Biehl venne sottoposto a molte tensioni perché desse una spiegazione.

Lui aveva detto , per quanto possibile, veniva rispettato il divieto di infligere punizioni corporali in vigore nella scuola dell'obbligo danese, ma che secondo la sua esperienza nessuno subiva mai subito danni per uno schiaffo, l'aveva detto con tale gravita da tranquillizzare tutti. dal resto lui aveva una certa esperienza, picchiava regolarmente i bambini da quarant'anni. comunque non era sbagliato.

La cosa determinante era il colpo. Era quello che succedeva intorno, subito 'prima e subito dopo. Ma che non era visibile, non a occhio nudo. Perché durava un istante. Anche se poi durava a descrivere questo immediato e profondo effetto lei la parola "umiliazione", che io accettai.

In fondo avevo capito.

Le informazioni esterne, cioè raccolte fuori del laborato­rio, sono sempre state facilmente accessibili.

Nel mese di maggio del 1971, dopo quasi due anni alla Biehl, durante i quali non c'era stato nulla da ridire nei miei confronti, e dopo che era stato scritto sulla mia sche­da che avevo un comportamento buono e un'intelligenza nella media, d'improvviso ebbi difficoltà a presentarmi in orario al mattino.

Il sabato e la domenica, quando gli altri erano a casa e io rimanevo solo a scuola, dormivo di gior­no, o non dormivo affatto, e rimanevo sveglio la notte, e questo influiva sul resto della settimana.

Mi rivolsi al medico scolastico perché non sorgessero sospetti di pigrizia o di mancanza di volontà, ma si potes­se constatare che era una malattia contro cui non potevo fare nulla, nemmeno con due sveglie, una delle quali mol­to grande.

Era l'ufficiale sanitario di zona ad avere la supervisione della scuola. Ordinò che fossi svegliato ogni mattina da Flakkedam, e per un certo periodo mi presentai in orario, anche se molto stanco. A quel punto avevo intuito il gran­de piano, e cominciai a temere una catastrofe.
Perciò inviai la lettera. Era la prima lettera della mia vi­ta, non c'era mai stato nessuno a cui scrivere.

L'avevo vista in cortile, con Biehl. Al mattino Biehl stava sempre sotto la porta per salutare quelli che arrivavano in orario e identi­ficare quelli che arrivavano in ritardo. Dal momento in cui ci svegliavamo, ci tornava in mente che sarebbe stato lì. Cosicché, in un certo senso, era già presente fra il sogno e la veglia.

Non c'era nessun contatto con le altre classi, special­mente quelle superiori erano lontanissime, e lei era due classi sopra di me. A un certo punto era rimasta assente per sei mesi, e quando tornò ero convinto, nessuno sapeva perché.

L'avevo vista a quell'epoca, ma solo da lottano. Una mattina la vidi in cortile, era arrivata tardi e sembrava una stonatura, non era il tipo.

Un paio di giorni dopo, arrivò di nuovo in ritardo, cominciai a contare. In due settimane di scuola sono arrivato a sei. Allora seppi che qualcosa non andava.

La sesta volta Biehl l'aveva presa in disparte. L'aveva condotta vicino al muro lasciando passare gli altri.

Era curvo su di lei, molto concentrato. Questo mi permetteva di avvicinarmi in modo da vedere i loro volti. Lei era un po' piegata verso di lui, e lo guardava fisso. Ero li vicino da vederle gli occhi, era come se stesse dicendo qualcosa.

L'avevo individuata nelle foto-annuario della scuola, si chiamava Katarina.

Vigeva il divieto di rimanere dentro la scuola dopo la campanella, con la sola eccezione della biblioteca, accanto alla sala professori. Lì era concesso stare durante la pausa del pranzo, per studiare e migliorarsi.
Adesso era vuota, a parte Katarina e me.

Rimase a lungo seduta e provò a farsi forza per dire qualcosa.

«Lo faccio apposta» disse. «Arrivo tardi apposta.»

L'avevo capito da quando li avevo visti in cortile. Quando Biehl si avvicinava a qualcuno, quello provava ad arretrare, veniva spontaneo, era una regola. Lei si era sporta verso di lui e lo aveva guardato negli occhi, come per sfruttare al massimo quel momento.

Lesse un pezzo di carta. Somigliava a una lettera.

«"Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche al­tre cose che non sono state dette a nessuno. Giornate inte­re che scompaiono, e brevi attimi che diventano un'eter­nità." Racconta» disse.

Ora, non che volessi negare qualcosa, ma chiunque avesse scritto quella lettera, dissi, correva certo un grosso rischio ammettendo di essere così malato. Che cosa pote­vamo fare per diminuire questo rischio? Poteva forse ave­re in cambio qualche informazione?

«Sto effettuando un esperimento» disse lei.

Disse proprio così. Effettuando un esperimento.

«Ma c'è la garanzia che, dopo, uno arriverà in tempo?» domandai.

Rispose di no.

Se avesse promesso qualcosa non le avrei creduto, e in quel caso non sarebbe stato possibile continuare. Ma ora aveva detto la verità, perciò tentai.

La prima cosa che provai a spiegarle fu il canto mattuti­no, per via di una legge che aveva rivelato Karin Aero.

Non era normale che Karin Aero parlassi

Era normale che mettesse in moto la gente con una canzone e poi girasse tra le file per vedere chi cantava bene e chi era stonato,
decidendo così chi avrebbe fatto parte del coro, chi sareb­be rimasto fuori e chi era al limite. Ma, nell'ascoltare, qualche volta parlava pure, e quello che diceva era spesso importantissimo.

Una legge, come quella della sezione aurea.

In un'occasione del genere aveva detto che l'inizio di un brano musicale, se si tratta di un brano intelligente e i preciso, fissa subito e immutabilmente il resto del suo | contenuto e del suo svolgimento.

Perciò cominciai da lì, ma all'inizio non fu possibile, "Sembrava impensabile che lei riuscisse a capire, perché , una ragazza, ma soprattutto perché lei era dentro, e sembrava sempre dato il tempo per scontato.

Non aveva l'orologio, non si poteva fare a meno di averlo. Ma non era questa la cosa più importante. La cosa più importante era che proprio non sentì suonare la campanella.

Perché ascoltava me. Perciò non aveva pronte le risposte.

Glii raccontai del canto mattutino e della paura. Mentre il tempo passava e aumentava il rischio di essere scoperti.





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