Cotton Malone, ex-agente operativo del dipartamento di Giustizia americano, si è da tempo lasciato alle spalle una vita costellata da peric...

Cotton Malone, ex-agente operativo del dipartamento di Giustizia americano, si è da tempo lasciato alle spalle una vita costellata da pericoli e aguati, decidendo di trasferirsi a Copenhagen, dove gestisce una libreria antiquaria.

Un'esistenza tranquilla,
che però viene sconvolta quando il suo ex-superiore, Stephanie Nelle, giunta in Danimarca per una breve vacanza, cade vittima di uno scippo e il ladro, poco dopo, muore in circostanze misteriose.

Malone allora segue Stephanie
a un'asta di libri antichi e lì scopre la ragione del viaggio della donna: acquistare un volume -apparentemente senza valore-, che tuttavia viene aggiudicato a qualcun altro, disposto a pagare una cifra esorbitante per impadronirsene.


L'Ultima Cospirazione.

Trama.


A questo punto, Stephanie è costretta a rivelare a Malone la verità: sta ricostruendo una catena di indizi rinvenuti dal marito, uno studioso di esoterismo morto alcuni anni prima, e quel libro è la tessera fondamentale di un puzzle che dovrebbe risolvere il mistero del paesino francese di Rennes-le-Chateau e, di conseguenza, del mitico tesoro scomparso dei Cavalieri Templari.

 Una scena del crimine che sarebbe entrata nella storia del crimine svedese. Un intero villaggio viene battuto casa per casa dalla polizia, ma si trovano soltanto dei cadaveri. Diciannove persone, per lo più coniugi anziani sorpresi nel sonno, un ragazzino di circa dodici anni con una gamba martoriata dopo l’assalto di un lupo, ma anche cani, gatti, persino un pappagallo, tutti uccisi a coltellate. Ma è ormai ovvio che Stephanie non è l'unica a voler far luce sull'enigma che circonda il luogo in cui sarebbero custoditi numerosi testi segreti, proibiti dalla Chiesa, e immense ricchezze.

Lo dimostra la spirale d'intrighi e di morte che si dipana all'instante intorno a lei e a Malone, e che sembra aver origine proprio da un'antica cospirazione legata ai Templari.

Perchè, dietro innumerevoli leggende e tracce elusive, si cela un segreto che può cambiare il corso della Storia...

Dopo il successo ottenuto in tutto il mondo con Il terzo segreto, Steve Berry ha scritto questo nuovo thriller che ruota intorno al tesoro scomparso dei Cavalieri Templari e al mistero del paesino francese di Rennes-le-Château.


Al centro del romanzo si muovono i due protagonisti Cotton Malone, ex agente operativo del Dipartimento di Giustizia americano trasferitosi a Copenaghen per ricostruirsi un’esistenza più tranquilla, e Stephanie Nelle che giunge invece in Danimarca per una missione che non ha nulla a che vedere con la sicurezza nazionale.

Cotton gestisce una libreria antiquaria e
la sua vita viene rivoluzionata quando la sua ex dirigente Stephanie lo coinvolge in un’intricata vicenda che inizia con uno scippo davanti alla sua libreria e che prosegue con una lunga catena di suicidi, agguati e avventure ad altissimo rischio.

Cotton segue Stephanie
a un’asta di libri antichi e lì scopre la ragione del viaggio della sua ex superiore: acquistare un volume dal titolo “Pietre incise della Linguadoca” che però viene aggiudicato, per una cifra esorbitante di denaro, a qualcun altro. Cotton non sta più nella pelle. Vuole vederci chiaro.

E viene a sapere che Stephanie in realtà sta indagando sulla morte del marito
, uno studioso di esoterismo scomparso undici anni prima in circostanze misteriose, e che proprio quel libro costituisce la tessera fondamentale di un puzzle storico-religioso troppo scottante per essere svelato.

E’ ormai chiaro che Stephanie e Cotton
, quest’ultimo ripiombato completamente in quel mondo d’azione e spionaggio che avrebbe voluto lasciarsi alle spalle, non sono gli unici a voler far luce sull’enigma del libro che rimanda al paesino francese di Rennes-le-Château e del mitico tesoro scomparso dei Cavalieri Templari. Dove sono custoditi quei testi segreti proibiti dalla Chiesa?

E le immense ricchezze ad essi collegate?
Intorno ai due protagonisti si sviluppa una spirale d’intrighi e di morti che sembra proprio legata ai Templari. Perché il segreto che viene celato potrebbe davvero cambiare il corso della storia dell’Occidente cristiano.
 

L'ultima cospirazione, una spirale d'intrighi e di morte legata ai Templari.Twitta
Parigi, Francia, gennaio 1308
  Jacques de Molay sapeva che la salvezza non gli sarebbe mai stata offerta, perciò anelava la morte. Era il ventiduesimo maestro dei Poveri Soldati di Cristo e del Tempio di Salomone, un ordine religioso al servizio di Dio da duecento anni. Ma da tre mesi lui, come altri cinquemila confratelli, era un pri­gioniero di Filippo IV, re di Francia.

 «Alzatevi», ordinò Guillaume Imbert, dalla porta.

 De Molay rimase sul letto.

 «Siete arrogante persino dinanzi alla vostra dipartita», commentò Imbert.

 « L'arroganza è tutto ciò che mi resta. »

 Imbert era un individuo spietato. E de Molay aveva notato che la sua faccia da cavallo era sempre impassibile, come quel­la di una statua. Era il Grande Inquisitore di Francia, nonché confessore personale di Filippo IV, e ciò significava che il re gli dava ascolto.

 De Molay si era più volte domandato cosa, a parte la soffe­renza, desse piacere a quel domenicano. Tuttavia sapeva cosa lo irritava.
 

 « Non farò niente di ciò che voi desiderate. »

 « Avete già fatto più di quanto crediate. »

 Era vero. Per l'ennesima volta, de Molay deprecò la sua de­bolezza. Nei giorni successivi agli arresti avvenuti il 13 otto­bre, le torture di Imbert erano state brutali e molti confratelli avevano « confessato ». De Molay si sentì stringere il cuore al ricordo delle sue stesse ammissioni: i nuovi accolti nell'Ordine rinnegavano il Signore Gesù Cristo e sputavano su una croce in segno di disprezzo nei Suoi confronti... Poi anche lui era crollato e aveva addirittura scritto una lettera in cui esortavai confratelli a confessare. Un numero considerevole di loro aveva obbedito.

 Eppure, soltanto pochi giorni addietro, gli enussan di Sua Santità Clemente V erano infine arrivati a Parigi. Era ben noto che Clemente era un burattino nelle mani di Filippo e questo era il motivo per cui l'estate precedente, quand'era venuto in Francia, de Molay aveva portato con sé molti fiorini d'oro e dodici cavalli da soma carichi d'argento. Se le cose fossero an­date male, quel denaro sarebbe stato usato per comprare il fa­vore del sovrano. Ma de Molay aveva sottovalutato l'avidità di Filippo, fl re non si era accontentato di un semplice tributo: voleva tutto ciò che l'Ordine possedeva. Così era stata lanciata un'accusa di eresia e, in un solo giorno, migliaia di templari erano stati arrestati. De Molay aveva parlato delle torture agli emissari del papa e aveva pubblicamente ritrattato la sua con­fessione, pur sapendo che ciò avrebbe avuto gravi conseguen­ze per lui. Così disse: « Immagino che Filippo cominci a teme­re che il papa abbia una spina dorsale».

 « Non è saggio insultare le persone che vi tengono prigio­niero », osservò Imbert.

 « E cosa sarebbe saggio? »

 «Fare ciò che noi vogliamo. » 1 «E poi cosa risponderò al mio Dio?»

 « Il vostro Dio attende che voi, e tutti gli altri templari, ri­spondiate a noi», replicò Imbert, col suo solito tono metallico, che non tradiva la minima traccia d'emozione.

 De Molay non voleva più discutere. Negli ultimi tre mesi aveva sopportato interrogatori continui, e gli era stato impedi­to di dormire. Era stato messo ai ferri, coi piedi unti di grasso e tenuti vicino alla fiamma, disteso su un traliccio. L'avevano perfino costretto ad assistere mentre carcerieri ubriachi tortu­ravano altri templari, la maggioranza dei quali erano semplici fattori, diplomatici, contabili, artigiani, marinai e scrivani. Pro­vava vergogna per ciò che era stato costretto a dire e non in­tendeva piegarsi ad altro. Giacque sul letto maleodorante e sperò che i suoi carcerieri se ne andassero.

 L'altro fece un gesto. Due guardie entrarono nella stanza e tirarono in piedi de Molay.


 « Portatelo nella cappella », ordinò Imbert.

 De Molay era stato arrestato al Tempio di Parigi e lo tene­vano lì dal mese di ottobre. L'alto edificio con quattro torrette d'angolo era un quartier generale dei templari - un centro fi­nanziario - e non aveva camere di tortura. Imbert ne aveva improvvisato una, trasformando la cappella in un luogo di sofferenze inimmaginabili... Un luogo che de Molay aveva vi­sitato spesso, negli ultimi tre mesi.

 De Molay fu trascinato là e spinto al centro del pavimento in mattonelle bianche e nere. Molti confratelli erano stati ac­colti nell'Ordine sotto quel soffitto dipinto di stelle.

 «Mi è stato riferito che qui dentro tenevate le vostre ceri­monie più segrete », disse Imbert. n domenicano, avvolto nella sua tonaca nera, si diresse verso un lato della lunga sala, ac­canto a una cassa cesellata che de Molay conosceva bene. «Ho esaminato il contenuto di questo sarcofago. Contiene un teschio umano, due omeri e un sudario funebre. Curioso, non trovate? »

 De Molay non replicò, pensando alle parole che ogni postu­lante pronunciava quando veniva accolto nell'Ordine: Io soffri­rò tutto ciò che a Dio piacerà.

 « Molti vostri fratelli ci hanno rivelato come usavate questi macabri reperti. » Imbert scosse il capo. « Ecco a quali nefan­dezze si abbassa il vostro Ordine. »

 « Noi rispondiamo solo al nostro papa, come servi a un ser­vo di Dio », sbottò de Molay. « Lui solo può giudicarci. »

 « n vostro papa è un vassallo del mio signore. Lui non vi salverà. »

 Era vero. Gli emissari del papa si erano impegnati a riferire che de Molay aveva ritrattato la sua confessione, ma dubitava­no che ciò avrebbe potuto cambiare il destino dei templari.

 «Spogliatelo», ordinò Imbert. Il saio che de Molay indossava dal giorno del suo arresto gli fu strappato di dosso. Lui non fu troppo dispiaciuto di veder­lo gettare via, perché la stoffa lurida puzzava di feci e di orina. Ma la regola proibiva ai fratelli di mostrarsi nudi. Sapeva che l'Inquisizione privava spesso le sue vittime degli indumenti per colpirle nell'orgoglio, così disse a se stesso che non si sarebbe lasciato avvilire dall'atto offensivo di Imbert. A cinquantasei anni, il suo fisico era ancora muscoloso. Come tutti i ca­valieri suoi confratelli, si prendeva buona cura della sua salu­te. Si tenne eretto, facendo appello alla dignità, e con calma chiese: « Perché vengo umiliato in questo modo? »


 « Cosa volete dire? » chiese Imbert di rimando, incredulo.
 « Questa cappella è un luogo di devozione, ma voi mi spo­gliate e guardate la mia nudità, sapendo che ogni confratello depreca una tale esibizione. »


 Imbert aprì il coperchio del sarcofago e ne estrasse un lun­go drappo di stoffa ripiegato. « Contro il vostro prezioso Ordi­ne sono state mosse dieci accuse. De Molay le conosceva tutte. Andavano dal disprezzo per i sacramenti all'adorazione di idoli pagani, dall'aver tratto pro­fitto da atti immorali alla tolleranza dell'omosessualità.


 «Quella che mi preoccupa di più è la vostra pretesa che ogni nuovo confratello rinneghi Cristo, Nostro Signore, e sputi sulla Santa Croce e la calpesti », disse Imbert. « Uno dei vostri confratelli ci ha perfino detto che alcuni orinavano sull'imma­gine di Nostro Signore Gesù in croce. È vero? »


 «Domandatelo a quel confratello. »
 «Sfortunatamente non è sopravvissuto all'interrogatorio. »


 De Molay non replicò.
 « II mio re e Sua Santità sono stati addolorati più da questa accusa che da tutte le altre. Senza dubbio, come uomo cui è stata impartita l'educazione religiosa, sapevate quanto li avrebbe contrariati scoprire che rinnegate Cristo come Nostro Salvatore. »


 «Preferisco parlare di questi argomenti soltanto col papa. Imbert fece un cenno e le guardie chiusero due bracciali di ferro intorno ai polsi di de Molay, poi si scostarono e gli fecero allargare le braccia, senza nessun riguardo per i suoi muscoli doloranti. Da sotto la tonaca, Imbert estrasse una frusta a mol­te corde. L'oggetto tintinnò, e de Molay vide che ogni corda aveva l'estremità d'osso. L'inquisitore abbattè la frusta sulle braccia protese e sulla schiena nuda del prigioniero. Il dolore ottenebrò la mente di de Molay e poi si ritrasse, lasciando dietro di sé una lucidità di cui non c'era sofferenza. Prima che le sue carni avessero il di riprendersi, arrivò un'altra frustata, poi un'altra ancora. Il templare non voleva dare soddisfazione a Imbert, ma il dolore lo sopraffece e lui lanciò un grido straziante.
 

« Non vi prenderete più gioco dell'Inquisizione. » De Molay cercò di controllare le sue emozioni. Si vergogna-i di aver gridato. Guardò gli occhi scintillanti dell'inquisitore i attese ciò che sarebbe accaduto. Imbert gli restituì lo sguardo. «Voi rinnegate il Nostro Sal­datore, affermando che era solo un uomo e non il figlio di Dio? commettete sacrilegio sulla Santa Croce? Molto bene. Ora predrete cosa significa sopportare la croce. La frusta calò di nuovo sulla schiena, sulle natiche, sulle I gambe. Le punte d'osso spaccavano la pelle e il sangue schizzava.

 Il mondo si confuse in una nebbia. Imbert interruppe la fustigazione. « Incoronate il maestro. » De Molay alzò la testa e cercò di mettere a fuoco lo sguardo. ! Ciò che vide sembrava un anello di ferro nero. Dalla circonfe-i senza interna spuntavano dei chiodi, con la punta piegata in alto e in basso.


 Imbert si avvicinò. « Ora saprete cos'ha sopportato il Figlio di Dio. fl nostro Signore Gesù Cristo, che voi e i vostri confra­telli avete dileggiato. » La corona gli fu messa sulla testa e premuta con forza. I chiodi si conficcarono nel cuoio capelluto e il sangue sgorgò I dalle ferite, inzuppandogli i capelli sporchi e sudati


Imbert gettò da parte la frusta. « Conducetelo alla porta. » De Molay fu trascinato attraverso la cappella fino all'alta porta di legno, solitamente aperta, che conduceva al suo allog­gio privato. In quel momento era chiusa. Uno sgabello fu po­sato al suolo davanti a essa, e lui dovette salirei sopra. Una delle guardie lo tenne dritto, mentre un'altra stava pronta in caso il templare opponesse resistenza. Ma de Molay era trop­po debole per provarci.I bracciali di ferro gli furono tolti. Imbert consegnò tre grossi chiodi a un'altra guardia. «Fate­gli alzare il braccio destro nel modo che abbiamo concordato. »

 Il braccio gli fu sollevato sopra la testa. Quando la guardia si avvicinò, de Molay vide il martello.
 E capì cosa intendevano fare.
 Dio misericordioso.


 Sentì una mano afferrargli il polso e la punta di un chiodo premere sulla carne sudata. Vide il martello sollevarsi. Poi udì il secco rumore del metallo contro il metallo. Il chiodo gli trapassò il polso e lui gridò.


 «Hai evitato le vene?» domandò Imbert alla guardia.
 «Non le ho toccate. »
 « Bene. Non deve morire dissanguato. »


 Quand'era un giovane confratello, de Molay aveva combat­tuto in Terrasanta, nei mesi in cui l'Ordine aveva opposto l'ul­tima resistenza nella città di Acri. Ricordava la sensazione che si provava nel ricevere una spada nella carne. In profondità. Con durezza. A lungo. Ma restare appeso a un chiodo confic­cato in un polso era assai peggiore.


 Il suo braccio sinistro venne sollevato all'altezza della spal­la e un altro chiodo gli fu martellato attraverso la carne del polso. Si morse la lingua, cercando di controllarsi, ma il dolore atroce gli fece stringere i denti con forza. Il sangue gli riempì la bocca e lui lo ingoiò.


Imbert spostò lo sgabello con un calcio e tutto il peso del corpo di de Molay, alto un metro e ottantacinque, fece forza sui polsi, in particolare su quello destro, perché l'angolazione del braccio sinistro gli mandava sotto sforzo l'altro braccio, fi­no al punto di rottura. Qualcosa schioccò nella spalla, e la sof­ferenza gli trafisse il cervello come una lama.

Una delle guardie gli afferrò il piede destro e ne studiò la carne. Evidentemente Imbert si era preso la briga di scegliere con cura i punti d'inserimento, in modo che fossero lontani dai vasi sanguigni, n piede sinistro fu poi messo dietro il de­stro, ed entrambi vennero fissati alla porta con un solo chiodo. De Molay non aveva più la forza di gridare.


Imbert ispezionò il lavoro. « Poco sangue. Ben fatto. » Indie­treggiò di qualche passo. « Come ha sopportato il nostro Si­gnore e Salvatore, così sopporterete voi. Con una sola diffe­renza. »

Ora de Molay capì perché avevano chiuso la porta. Imbert i il catenaccio, aprì il battente facendo cigolare i cardini, e i richiuse con un tonfo.


Il corpo di de Molay fu sbattuto da una parte e poi dall'altra ondeggiando appeso ai chiodi e all'articolazione slogata. La sofferenza era indicibile. « Come sul tavolo della stiratura alla ruota, dove il dolore lò essere applicato per gradi, anche qui c'è un elemento di itrollo», spiegò Imbert. «Potrei lasciarvi penzolare immo-e. Oppure farvi ondeggiare avanti e indietro. O potrei sbat-Itere la porta come avete appena visto, che è la cosa peggiore. » n mondo appariva e spariva, e de Molay respirava a stento. ! 1 crampi gli torturavano ogni muscolo, n suo cuore batteva sel-l vaggiamente. n sudore gli scorreva sulla pelle e si sentiva co­me se avesse la febbre, con un'arsura che gli bloccava la gola. 


« Adesso vi prendete ancora gioco dell'Inquisizione? » do­mandò Imbert. Lui avrebbe voluto dirgli che odiava la Chiesa per ciò che gli veniva fatto. Un papa inetto, controllato da un monarca francese in bancarotta, aveva in qualche modo abbattuto la più grande organizzazione religiosa mai conosciuta dall'uo­mo. Quindicimila fratelli sparsi in tutta Europa. Novemila proprietà terriere. Un esercito di guerrieri che un tempo aveva dominato la Terrasanta e che esisteva da duecento anni. I Po­veri Soldati di Cristo e del Tempio di Salomone avevano sim­boleggiato tutto ciò che era buono e giusto. Ma il successo ave­va provocato l'invidia e, in qualità di maestro, lui si era reso conto della tempesta politica che infuriava intorno a loro. Avrebbero dovuto essere meno rigorosi, più ossequienti al po­tere politico, moderarsi nelle critiche. Grazie al cielo lui aveva previsto parte di ciò che era accaduto e perciò aveva preso al­cune precauzioni. Filippo IV non avrebbe mai visto un'oncia dell'oro e dell'argento dei templari.

E non avrebbe mai messo le mani sul più grande di tutti i tesori.


De Molay ricorse alle sue ultime stille di energia e alzò la testa. Imbert si accorse che stava per parlare e si fece più vi­cino.

« Che tu sia maledetto all'inferno », sussurrò il prigioniero. « Maledetto te, e tutti quelli che ti hanno aiutato nella tua cau­sa diabolica. »


La testa gli ricadde sul petto. Sentì il domenicano gridare alle guardie che facessero sbattere la porta, ma la sofferenza era così intensa e lo aggrediva da tante direzioni che tutto sfu­mò nel torpore. Lo stavano tirando giù. Non sapeva quanto tempo fosse rima­sto appeso, ma il rilasciarsi delle membra non gli portò sollie­vo, perché ogni muscolo era diventato insensibile. Fu portato di peso per qualche minuto e infine comprese di essere di nuovo nella sua stanza. I suoi carcerieri lo gettarono sul mate­rasso, e intorno a lui ci fu di nuovo il familiare puzzo di escre­menti. Gli misero la testa su un guanciale. Le sue braccia furo­no allargate ai lati.


« Mi è stato raccontato », disse con calma Imbert, « che, quan­do un nuovo fratello si presentava per essere accettato nel vo­stro Ordine, veniva avvolto in un sudario di lino. Questo sim­boleggiava la sua morte, prima di resuscitare a una nuova vita come templare. Anche voi ora avrete questo onore. Ho disteso sotto di voi il sudario che c'era nel sarcofago della cappella. » L'uomo prese la lunga pezza di stoffa, ai piedi di de Molay, e ne ripiegò l'altra metà sopra il suo corpo bagnato coprendogli anche il viso. « Mi è stato riferito che questo sudario era usato dall'Ordine in Terrasanta, e che fu portato qui per avvolgervi tutti gli iniziati, a Parigi. Ecco, ora siete resuscitato. Restate qui a meditare sui vostri peccati. Io tornerò. De Molay era troppo debole per replicare. Sapeva che mol­to probabilmente Imbert aveva ordinato di non ucciderlo, ma capiva anche che nessuno sarebbe venuto a prendersi cura di lui. Rimase a giacere immobile. Il torpore stava svanendo, so­stituito da una sofferenza atroce, fl cuore batteva come un tamburo e il suo corpo stava perdendo un'impressionante quantità di liquido sotto forma di sudore. Disse a se stesso che doveva calmarsi, immaginarsi qualcosa di piacevole. Ma riuscì soltanto a pensare a ciò cne i suoi carcerieri volevano.

Ma poi gli sovvenne un altro passaggio biblico, che portò i un po' di torpido conforto alla sua anima straziata. E mentre giaceva lì, coperto dal sudario e perdendo sudore e sangue da tutto il corpo, pensò al Deuteronomio. Lasciatemi solo, che io possa distruggerli.


 
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In una fredda giornata di gennaio, la polizia di Hudiksvall, nella Svezia centrale, scopre un orribile massacro: in un villaggio vicino all...

In una fredda giornata di gennaio, la polizia di Hudiksvall, nella Svezia centrale, scopre un orribile massacro: in un villaggio vicino alla foresta, diciannove persone sono state trucidate. Sembra il gesto di un folle.

Quando a Helsingborg il magistrato Birgitta Roslin legge della strage, si rende conto che tra le vittime ci sono persone a lei molto vicine, e decide di occuparsi del caso. Il ritrovamento di un nastro di seta rossa la porta a Pechino, dove la scoperta di un diario la trascinerà indietro nel tempo, svelandole una terribile storia di schiavitù e soprusi. Coinvolta in un diabolico gioco politico, Birgitta dovrà confrontarsi con la brutalità del capitalismo selvaggio e dei nuovi potenti nella Cina di oggi, pronti a rivendicare il loro posto sulla scena internazionale.

Il cinese di Henning Mankell.

Una scena del crimine che sarebbe entrata nella storia del crimine svedese. Un intero villaggio viene battuto casa per casa dalla polizia, ma si trovano soltanto dei cadaveri.

Diciannove persone, per lo più coniugi anziani sorpresi nel sonno.

Diciannove persone, per lo più coniugi anziani sorpresi nel sonno, un ragazzino di circa dodici anni con una gamba martoriata dopo l’assalto di un lupo, ma anche cani, gatti, persino un pappagallo, tutti uccisi a coltellate.

L’odore dolciastro e amarognolo della morte ha invaso tutto il villaggio, solo una famiglia si è salvata, gli Hanson, insieme a una donna che continua ad aggirarsi in vestaglia nella neve, con le mani giunte in preghiera e lo sguardo sconvolto.

Vivi Sundberg, corpulenta sulla cinquantina, è una poliziotta tenace e capace di analizzare anche i più piccoli indizi, ma quando si trova a ispezionare tutti quei cadaveri deve rinunciare ad appuntare sul suo taccuino tutti i particolari. La scena è troppo truce, è una vera strage.

È attraverso i notiziari che il giudice Birgitta Roslin scopre cha a pochi chilometri da casa sua è accaduto l’impensabile. Sposata da molti anni e con quattro figli grandi, Birgitta è un giudice scrupoloso, che si getta spesso a capofitto nel lavoro così come nelle altre cose della vita. Ma la sua vita, tutto sommato serena e stabile, sta per essere sconvolta da un notiziario televisivo: il villaggio della strage era proprio quello in cui era nata sua madre e in cui anche lei aveva vissuto per qualche tempo prima di essere data in adozione.

L’ultimo straordinario romanzo di Henning Mankell.

Inizia in questo modo l’ultimo straordinario romanzo di Henning Mankell.
Leggi anche: L'uomo che sorrideva, la realtà di un mondo scandinavo, finora mai scandagliato con tanta acutezza.
Lasciati i panni del commissario Kurt Wallander, protagonista di ben 9 romanzi tradotti in quaranta lingue, lo scrittore svedese crea una pletora di nuovi attualissimi personaggi, intorno ai quali ruota questo libro. Un romanzo corale, in cui ogni personaggio è descritto in maniera magistrale e che si colloca a metà strada tra un thriller e un romanzo storico. Partendo dalle foreste scandinave la trama si snoda su diversi piani temporali, tra la Svezia dei giorni nostri, la Cina e gli Stati Uniti di fine Ottocento. Dall’estrema povertà delle campagne cinesi durante gli anni del comunismo imperiale, alla svolta ipercapitalistica della Pechino contemporanea, meta di designer e di architetti.

Un nastro rosso è sparito dalla lampada di un ristorante cinese, lo stesso nastro verrà trovato sulla neve di Hesjovallen, dove è avvenuta la strage. Birgitta Roslin ha a disposizione un unico indizio per mettersi sulle tracce del misterioso uomo cinese ospite del villaggio in quei giorni, noi lettori abbiamo a disposizione quasi 600 pagine, per godere di una prosa perfetta, immaginifica, degna della fama del maestro scandinavo.

Trama.


Skare, freddo intenso, solstizio d'inverno.

Nei primi giorni di gennaio del 2006 un lupo solitario entra in Svezia dalla Norvegia attraversando il confine a Vauldalen. Un uomo che guidava un gatto delle nevi so­stiene di averlo intravisto poco lontano da Fjàllnàs, ma il lupo scompare nella foresta, verso est, prima che qualcu­no riesca a vedere dove stia andando. Nel profondo del-l'Osterdalarna sono stati ritrovati i resti congelati di un alce, sulle zampe brandelli di carne e non molto di più. Ma è successo due giorni fa. Adesso il lupo ha di nuovo fame ed è in cerca di cibo.

È un giovane maschio che vaga per delimitare il pro­prio territorio. Marcia senza sosta. A Nàvjarna, a nord di Linsell, trova un altro cadavere di alce. Prima di ripren­dere il cammino, rimane sul posto per un giorno intero e mangia a sazietà. Poi riparte verso est. A Kàrbòle attra­versa il Ljusnan ghiacciato e poi segue il suo corso tor­tuoso verso il mare. In una notte di luna piena passa il ponte a Jà'rvsò sulle zampe felpate e poi si addentra nel­le grandi foreste che si spingono fino al mare.

Il mattino del 13 gennaio, molto presto il lupo raggiunge Hesjovallen, un villaggio a sud de Hansesjon, nell'Halsingland. Si ferma e annusa. Da qualche parte arriva odore di sangue. Si guarda intorno. Sa che nelle case abitano degli uomini. Ma non esce fumo dai comignoli. E il suo fine udito non capta alcun suono.
Però l'odore del sangue è vicino, il lupo ne è certo. Si accuccia al margine della foresta cercando di capire da dove venga. Poi comincia ad avanzare lentamente nella neve.

L'odore proviene da una delle case alla fine del pic­colo villaggio. Il lupo si muove cautamente, quando è vi­cino a degli esseri umani deve fare attenzione ed essere paziente. Si ferma di nuovo. L'odore proviene dal retro di una casa. Rimane in attesa. Riprende a muoversi. Quando raggiunge la casa vede un cadavere. Afferra la preda pesante e la trascina verso la foresta. Non lo ha vi­sto nessuno, nessun cane ha abbaiato. Il silenzio nella mattina gelida è assoluto.


Arrivato nella foresta il lupo comincia a mangiare. La carne non è congelata. Non fa fatica. Ha molta fame. Do­po avere staccato a morsi uno scarpone, attacca la cavi­glia.

Durante la notte ha nevicato, poi ha smesso. Mentre il lupo mangia, alcuni leggeri fiocchi di neve riprendono a cadere sul terreno gelato.

Quando Karsten Hòglin aprì gli occhi, ricordava di avere sognato una fotografia. Rimase disteso sul letto, mentre l'immagine tornava lentamente, quasi un negati­vo del sogno inviato alla sua coscienza. Riconobbe la fo­tografia. Era in bianco e nero e mostrava un uomo sedu­to su un vecchio letto di ferro, un fucile da caccia appe­so alla parete alle spalle, ai piedi un vaso da notte. Quan­do l'aveva vista la prima volta, era rimasto colpito dal sor­riso malinconico del vecchio.
Il cinese, l’ultimo romanzo di Henning Mankell, a metà strada tra un thriller e un romanzo storico.Twitta
C'era un che di insicuro nel­la sua espressione, sembrava in attesa. Molto tempo do­po, era venuto a sapere cosa c'era dietro a quell'immagi­ne. Alcuni anni prima, quell'uomo aveva ucciso acciden­talmente il suo unico figlio durante una battuta di caccia agli uccelli marini. Da allora il fucile era rimasto appeso a quella parete e l'uomo era diventato sempre più strano.


Karsten Hòglin pensò che, fra le migliaia di fotografie che aveva avuto tra le mani, quella era la sola che non avrebbe mai dimenticato. Gli sarebbe piaciuto essere sta­to lui a scattarla.

L'orologio sul comodino segnava le sette e mezza. Di so­lito Karsten si svegliava presto. Ma aveva dormito male quella notte, il letto era scomodo. Decise che l'avrebbe fat­to presente al momento di pagare il conto dell'albergo.

Era il nono e ultimo giorno del viaggio finanziato dal­la borsa di studio. Stava raccogliendo una documenta­zione sui paesi abbandonati. Ora si trovava a Hudiksvall e gli rimaneva ancora un villaggio, di cui un uomo gli ave­va parlato in una lettera. Dopo avere letto i suoi articoli, quell'uomo gli aveva scritto la storia del luogo in cui vi­veva. Karsten ne era rimasto colpito e aveva deciso di concludere il servizio fotografico proprio lì.

Si alzò e scostò le tende. Durante la notte erano cadu­ti diversi centimetri di neve. Faceva ancora buio e il sole non era ancora spuntato all'orizzonte. Una donna con un giaccone imbottito passò in strada. Karsten la seguì con lo sguardo. Dev'essere freddo, pensò. Cinque, forse sette gradi sottozero.

Si vestì e scese nella hall dell'albergo usando il lento ascensore. Aveva parcheggiato l'auto nel cortile interno. Lì era al sicuro. Ma le borse con le macchine fotografi­che le aveva portate in camera. Lo faceva sempre. Il suo incubo peggiore era di arrivare all'auto e scoprire che le borse erano sparite.

Al bancone della reception c'era una ragazza molto gio­vane, poco più che adolescente. Karsten notò che si era truccata malamente e decise di non reclamare per il let­to. In ogni caso, non sarebbe tornato in quell'albergo.

Alcuni ospiti stavano facendo colazione nella sala ri­storante. Per un attimo fu tentato di prendere una delle sue macchine e di scattare una foto a quel locale avvolto nel silenzio. Aveva la sensazione che la Svezia fosse sem­pre stata così. Persone silenziose, chine sui loro giornali e sulle loro tazze di caffè, ognuna assorta nei propri pen­sieri, ognuna con il proprio destino.

Lasciò perdere quell'idea, versò una tazza di caffè, im­burrò due fette di pane e prese un uovo alla coque. Dato che non aveva trovato un giornale libero, fece colazio­ne rapidamente. Detestava rimanere seduto a mangiare senza poter leggere.

Quando uscì dall'albergo si rese conto che faceva più freddo di quanto avesse immaginato. Il termometro ac­canto alla porta d'ingresso segnava undici gradi sottoze­ro. E continuerà a scendere, si disse. Fino a oggi l'inver­no è stato eccezionalmente mite, adesso finalmente è ar­rivato il freddo che aspettavamo. Posò le borse sul sedi­le posteriore dell'auto, mise in moto e scese per raschia­re via il ghiaccio dal parabrezza. Accanto al posto di gui­da teneva una carta geografica.

Aveva controllato la strada per arrivare all'ultimo villaggio già il giorno prima, men­tre faceva una sosta in un paese nelle vicinanze di Hasselasjòn. Doveva prendere la statale verso sud e dopo Ig-gesund svoltare in dirczione di Sòrforsa. A quel punto c'erano due possibilità, la strada a est o quella a ovest del lago, che alcuni chiamavano Storsjòn altri Làngsjòn. A una stazione di servizio all'entrata di Hudiksvall gli ave­vano detto che la strada a est era in pessime condizioni, ma decise di prenderla perché era molto più corta.

Quel mattino la luce invernale era affascinante. Si vedeva già il fumo salire dai comignoli dritto verso il ciclo.

Impiegò quaranta minuti per arrivare al villaggio, ave­va sbagliato strada e a un certo punto si era accorto che stava andando verso Nàcksjò, a sud.

Hesjòvallen era in una piccola valle vicino a un lago di cui Karsten non ricordava il nome. Forse Hesjòn? Una fitta foresta si estendeva fino al villaggio, che si trovava sul pendio che scendeva verso il lago, ai due lati della Stretta strada dell'Hàlsingland. 

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