Nel dicembre del 1957 un lungo inverno di cenere e ombra avvolge Barcellona e i suoi vicoli oscuri. La città sta ancora cercando di uscire ...

il prigionero del cieloNel dicembre del 1957 un lungo inverno di cenere e ombra avvolge Barcellona e i suoi vicoli oscuri. La città sta ancora cercando di uscire dalla miseria del dopoguerra, e solo per i bambini, e per coloro che hanno imparato a dimenticare, il Natale conserva intatta la sua atmosfera magica, carica di speranza.
Daniel Sempere - il memorabile protagonista di "L'ombra del vento" è ormai un uomo sposato e dirige la libreria di famiglia assieme al padre e al fedele Fermín con cui ha stretto una solida amicizia.
Una mattina, entra in libreria uno sconosciuto, un uomo torvo, zoppo e privo di una mano, che compra un'edizione di pregio di "Il conte di Montecristo" pagandola il triplo del suo valore, ma restituendola immediatamente a Daniel perché la consegni, con una dedica inquietante, a Fermín. Si aprono così le porte del passato e antichi fantasmi tornano a sconvolgere il presente attraverso i ricordi di Fermín.
Per conoscere una dolorosa verità che finora gli è stata tenuta nascosta, Daniel deve addentrarsi in un'epoca maledetta, nelle viscere delle prigioni del Montjuic, e scoprire quale patto subdolo legava David Martín - il narratore di "Il gioco dell'angelo" - al suo carceriere, Mauricio Valls, un uomo infido che incarna il peggio del regime franchista.
Dopo "L'ombra del vento" e "Il gioco dell'angelo" Carlos Ruiz Zafón ci regala il terzo capitolo di quella che dovrebbe essere la sua quadrilogia. Ritornano i personaggi che hanno fatto conoscere l'autore spagnolo al grande pubblico e ritorna anche quel Cimitero dei Libri Dimenticati che tanto ha appassionato i lettori di tutti il mondo.

Barcellona, dicembre 1957
Quell'anno, prima di Natale, ci toccarono soltanto gior­ni plumbei e ammantati di brina. Una penombra azzurra­ta avvolgeva la città e la gente camminava in fretta coper­ta fino alle orecchie, disegnando con il fiato veli di vapore nell'aria gelida. Erano pochi coloro che in quei giorni si fer­mavano a guardare la vetrina di Sempere e Figli, e anco­ra meno quelli che si avventuravano a entrare per chiede­re di quel libro sperduto che li aveva aspettati per tutta la vita, e la cui vendita, poesie a parte, avrebbe contribuito a rappezzare le precarie finanze della libreria.
«Sento che oggi sarà il giorno giusto. Oggi cambierà la nostra sorte» proclamai sulle ali del primo caffè della gior­nata, puro ottimismo allo stato liquido.
Mio padre, che battagliava dalle otto di quella mattina f Con il registro della contabilità destreggiandosi abilmente [con gomma e matita, alzò gli occhi dal bancone e osservò la sfilata di clienti mancati che si perdevano dietro l'angolo.
«Il cielo ti ascolti, Daniel, perché di questo passo, se va male la campagna di Natale, a gennaio non avremo nemmeno i soldi per la bolletta della luce. Qualcosa dovremo fare. Fermìn ha avuto un'idea» dissi. «Secondo lui, è un magistrale per salvare la libreria dalla bancarotta.»

Lo vidi scomparire nel retrobottega e riemergerne equi­paggiato con la sua uniforme ufficiale per l'inverno: lo stes­so cappotto, la stessa sciarpa e lo stesso cappello che ricordavo fin da bambino. Bea diceva di sospettare che mio padre non comprasse vestiti dal 1942, e tutti gli indizi por­tavano a ritenere che mia moglie avesse ragione. Mentre si infilava i guanti, sorrideva vagamente e nei suoi occhi si percepiva quello scintillio quasi infantile che riuscivano a strappargli solo le grandi imprese.

«Ti lascio da solo per un po'» annunciò. «Esco a fare una commissione.»
«Posso chiederti dove stai andando?»
Mio padre mi fece l'occhiolino.
«È una sorpresa. Poi vedrai.»

Lo seguii fino alla porta e lo vidi partire a passo fermo in direzione della Puerta del Angel, una sagoma fra le tan­te nella marea grigia di passanti che navigava per un altro lungo inverno di cenere e d'ombra.

Remerò de Torres, bandiera vivente della resistenza civi­le contro la Santa Madre Chiesa, le banche e le buone abi­tudini in quella Spagna degli anni Cinquanta tutta messa e cinegiornali, manifestava una simile urgenza di sposar­si. Nel suo zelo prematrimoniale, era arrivato al punto di stringere amicizia con il nuovo parroco della chiesa di San­ta Ana, don Jacobo, un sacerdote di Burgos con idee aperte e modi da ex pugile, al quale aveva contagiato la sua smi­surata passione per il domino. Le domeniche dopo la mes­sa si battevano in storiche partite al Bar Admirall, e il sacer­dote rideva di gusto quando Fermìn gli domandava, tra un bicchiere e l'altro di liquore alle erbe di Montserrat, se sa­peva con certezza se le monache avessero le cosce e se, in caso le avessero, fossero tenere e mordicchiabili come lui sospettava fin dall'adolescenza.

"Lei riuscirà a farsi scomunicare" lo rimproverava mio padre. "Le suore non si guardano e non si toccano."
"Ma se il parroco è più vizioso di me..." protestava Fer­mìn. "Se non fosse per l'uniforme..."

Stavo ricordando quella discussione e canticchiando al suono della tromba del maestro Armstrong quando sentii il campanello sulla porta della libreria emettere il suo dol­ce tintinnio. Alzai lo sguardo aspettandomi di vedere mio padre ormai di ritorno dalla sua missione segreta o Fermìn pronto a montare per il turno pomeridiano.
«Buon giorno» disse dalla soglia una voce grave ed esangue.

Stagliato in controluce sulla porta, il suo profilo assomi­gliava a un tronco sferzato dal vento. Il visitatore indos­sava un vestito scuro dal taglio antiquato e disegnava una sagoma torva appoggiata a un bastone. Fece un passo in avanti, zoppicando visibilmente. Il chiarore della lampa­da sul bancone rivelò un volto segnato dal tempo. Il visi­tatore mi osservò per qualche istante, soppesandomi senza fretta. Il suo sguardo aveva qualcosa dell'uccello rapace, paziente e calcolatore.

«È lei il signor Sempere?»
«Io sono Daniel. Il signor Sempere è mio padre, ma in questo momento non c'è. Posso fare qualcosa per lei?»

Il visitatore ignorò la mia domanda e cominciò a vagare per la libreria esaminando tutto palmo a palmo con un in­teresse al limite dell'avidità. Il suo modo di zoppicare fa­ceva immaginare che le lesioni nascoste sotto quei vestiti fossero davvero gravi.
«Ricordi di guerra» disse lo sconosciuto, come se mi aves­se letto nel pensiero.
Seguii con lo sguardo la sua traiettoria di perlustrazione.
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Autore di successo mondiale, Carlos Ruiz Zafón   (Barcellona, 25 settembre 1964) è uno scrittore spagnolo che ha iniziato la sua carriera n...

ruiz_zafon_carlosAutore di successo mondiale, Carlos Ruiz Zafón  (Barcellona, 25 settembre 1964) è uno scrittore spagnolo che ha iniziato la sua carriera nel 1993 con una serie di libri per bambini e ragazzi, tra cui Il principe della nebbia. 

Nel 2001 esordisce nella narrativa per adulti con il suo quinto romanzo, L'ombra del vento, che, uscito in sordina in Spagna, ha conquistato col passaparola il vertice delle classifiche letterarie europee, diventando un vero e proprio fenomeno letterario. Vive dal 1993 a Los Angeles, dov'è impegnato nell'attività di sceneggiatore. Collabora regolarmente con le pagine culturali di "El País" e "La Vanguardia".

L'ombra del vento è stato un successo, con più di 8 milioni di copie vendute nel mondo, e solo in Italia, un milione e mezzo, acclamato come una delle grandi rivelazioni letterarie degli ultimi anni. È stato tradotto in più di 36 lingue e ha ottenuto numerosi premi internazionali, tra cui Premio Barry per il miglior romanzo d'esordio nel 2005.

Il 17 aprile 2008 esce il secondo romanzo El juego del ángel. La tiratura iniziale di questo libro è la più alta per una prima edizione in Spagna.

Il 25 ottobre 2008 esce il romanzo tradotto in italiano Il gioco dell'angelo, mentre nel maggio del 2009 esce in Italia Marina.

Il 7 maggio 2010 esce, per la prima volta nelle librerie italiane Il palazzo della mezzanotte uscito in lingua spagnola il 1994 con il nome di El palacio de la medianoche. Tradotte in oltre quaranta lingue, le sue opere hanno conquistato milioni di lettori e numerosi premi nei cinque continenti.

L'ultima opera dell'autore, intitolata Il prigioniero del cielo, è uscita il 17 novembre 2011 come El prisioniero del cielo. Arriva nelle librerie italiane il 24 febbraio 2012
 
Opere.
Collana “Il Cimitero dei Libri Dimenticati”:
2001 - L'ombra del vento (La sombra del viento).
2008 - Il gioco dell'angelo (El juego del ángel).

2011 - Il prigioniero del cielo (El prisionero del cielo)
il prigionero del cieloNel dicembre del 1957 un lungo inverno di cenere e ombra avvolge Barcellona e i suoi vicoli oscuri. La città sta ancora cercando di uscire dalla miseria del dopoguerra, e solo per i bambini, e per coloro che hanno imparato a dimenticare, il Natale conserva intatta la sua atmosfera magica, carica di speranza. 
 
Daniel Sempere - il memorabile protagonista di "L'ombra del vento" è ormai un uomo sposato e dirige la libreria di famiglia assieme al padre e al fedele Fermín con cui ha stretto una solida amicizia. 

 
Una mattina, entra in libreria uno sconosciuto, un uomo torvo, zoppo e privo di una mano, che compra un'edizione di pregio di "Il conte di Montecristo" pagandola il triplo del suo valore, ma restituendola immediatamente a Daniel perché la consegni, con una dedica inquietante, a Fermín. Si aprono così le porte del passato e antichi fantasmi tornano a sconvolgere il presente attraverso i ricordi di Fermín.


Collana “La Trilogia della Nebbia”:
1993 - Il principe della nebbia (El príncipe de la niebla).
1994 - Il palazzo della mezzanotte (El palacio de la medianoche).
1995 - Le luci di settembre (Las Luces de Septiembre).
1999 – Marina


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Khaled Hosseini , (Kabul, 4 marzo 1965), è uno scrittore e medico afgano, pashtun, nato a Kabul, dove ha vissuto la sua infanzia.  Dal 198...

Khaled_HosseiniKhaled Hosseini, (Kabul, 4 marzo 1965), è uno scrittore e medico afgano, pashtun, nato a Kabul, dove ha vissuto la sua infanzia. 

Dal 1980 vive negli Stati Uniti. È l'autore del libro campione di vendite, Il cacciatore di aquiloni

Nel 2007 ha pubblicato il suo secondo libro intitolato Mille splendidi soli che, solo in Italia, ha venduto più di un milione di copie.

La casa di produzione di Steven Spielberg, DreamWorks, ha acquistato i diritti di entrambi i romanzi, per trarne dei film.
Khaled Hosseini è nato a Kabul, in Afghanistan, ultimo di cinque fratelli. Suo padre era un diplomatico in servizio presso il Ministero degli Esteri afghano e sua madre insegnava persiano e storia in un liceo femminile di Kabul. 

Nel 1970 il Ministero degli Esteri mandò la sua famiglia a Teheran, in Iran, dove il padre lavorò presso l'ambasciata dell'Afghanistan. Nel 1973 tornarono a Kabul. Nel luglio 1973 il re afghano, Zahir Shah, fu spodestato in un colpo di stato dal cugino, Mohammed Daoud Khan.

Nel 1976 il Ministero trasferì ancora una volta la famiglia Hosseini, questa volta a Parigi. Nel 1980 sarebbero dovuti tornare a Kabul, ma nel frattempo (1979) in Afghanistan il potere era nelle mani di un'amministrazione filo-comunista, appoggiata dall'Armata Rossa. Temendo l'impatto della guerra sovietica in Afghanistan, la famiglia Hosseini chiese e ottenne l'asilo politico negli Stati Uniti e, nel settembre 1980, si trasferirono a San José, in California. 

Dato che avevano lasciato tutte le loro proprietà in Afghanistan, per un breve periodo vissero di sussidi statali, fino a che il padre riuscì a risollevare le sorti della famiglia intraprendendo numerosi lavori. Khaled Hosseini è tornato in Afghanistan come inviato per l'UNHCR, l'agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Una delle sue opere è il libro intitolato Mille Splenditi Soli.
 
Bibliografia.
    2004 - Il cacciatore di aquiloni.
il cacciatore-aquiloniSi dice che il tempo guarisca ogni ferita. Ma, per Amir, il passato è una bestia dai lunghi artigli, pronta a inseguirlo e a riacciuffarlo quando meno se lo aspetta. Sono trascorsi molti anni dal giorno in cui la vita del suo amico Hassan - il ragazzo dal viso di bambola, il cacciatore di aquiloni - è cambiata per sempre in un vicolo di Kabul. Quel giorno, Amir ha commesso una colpa terribile. Così, quando una telefonata inattesa lo raggiunge nella sua casa di San Francisco, capisce di non avere scelta: deve partire, tornare a casa, per trovare il figlio di Hassan e saldare i conti con i propri errori mai espiati. Ma ad attenderlo, a Kabul, non ci sono solo i fantasmi della sua coscienza. C'è una scoperta sconvolgente, in un mondo violento e sinistro dove le donne sono invisibili, la bellezza è fuorilegge e gli aquiloni non volano più.

    2007 - Mille splendidi soli.


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Si dice che il tempo guarisca ogni ferita. Ma, per Amir , il passato è una bestia dai lunghi artigli, pronta a inseguirlo e a riacciuffarlo ...

il cacciatore-aquiloniSi dice che il tempo guarisca ogni ferita. Ma, per Amir, il passato è una bestia dai lunghi artigli, pronta a inseguirlo e a riacciuffarlo quando meno se lo aspetta.

Sono trascorsi molti anni dal giorno in cui la vita del suo amico Hassan - il ragazzo dal viso di bambola, il cacciatore di aquiloni - è cambiata per sempre in un vicolo di Kabul. Quel giorno, Amir ha commesso una colpa terribile.

Così, quando una telefonata inattesa lo raggiunge nella sua casa di San Francisco, capisce di non avere scelta: deve partire, tornare a casa, per trovare il figlio di Hassan e saldare i conti con i propri errori mai espiati. Ma ad attenderlo, a Kabul, non ci sono solo i fantasmi della sua coscienza. C'è una scoperta sconvolgente, in un mondo violento e sinistro dove le donne sono invisibili, la bellezza è fuorilegge e gli aquiloni non volano più.

Trent'anni di storia afgana - dalla fine della monarchia all'invasione russa, dal regime dei Talebani fino ai giorni nostri - rivivono in questo romanzo emozionante e pieno d'atmosfera, diventato ormai un caso internazionale.

Pubblicato in sordina negli Stati Uniti nel 2003, grazie al passaparola dei lettori e ai suggerimenti dei librai il "bestseller silenzioso" di Khaled Hosseini ha già venduto quattro milioni di copie solo sul mercato americano, e in Italia ha raggiunto il vertice di tutte le classifiche.

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Sono diventato la persona che sono oggi all'età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo I torrente ghiacciato. È stato tanto tempo fa. Ma non è vero, le dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato ­si aggrappa con i suoi artigli al presente. Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto. Oggi me ne rendo conto.

Da bambini Hassan e io ci arrampicavamo su uno dei pioppi lungo il vialetto che portava a casa mia e da lassù infa­stidivamo i vicini riflettendo la luce del sole in un frammento di specchio. Ci sedevamo uno di fronte all'altro su un farne, le gambe nude a penzoloni, e mangiavamo more di liso e castagne di cui avevamo sempre le tasche piene. Usa­lo il frammento di specchio a turno, ci tiravamo le more ^ridevamo come matti. Vedo ancora i raggi di sole che fil-1O attraverso il fogliame illuminando il viso di Hassan perfettamente tondo, come quello di una bambola cinese di 10, con il naso largo e piatto, gli occhi a mandorla, stretti i una foglia di bambù, giallo oro, verdi, o azzurri come fi a seconda della luce. Ricordo le piccole orecchie  e il mento appuntito

Non mi avrebbe mai rifiutato nulla. E la sua fionda era infallibile. Quando suo padre Ali ci scopriva, si arrab­biava — per quanto si potesse arrabbiare una persona gen­tile come lui - e minacciandoci con il dito ci faceva scendere dall'albero. Poi ci requisiva lo specchio e ci ripeteva quello che sua madre diceva a lui quando era piccolo: che anche il diavolo usa gli specchi per distrarre i musulmani dalla pre­ghiera. «E ride mentre lo fa» aggiungeva sempre, guardan­do severamente il figlio.

«Sì, padre» balbettava Hassan con gli occhi a terra. Ma non mi ha mai tradito. Non ha mai confessato che tanto lo specchio quanto le castagne erano idee mie.

Il vialetto di mattoni rossi che conduceva al cancello in ferro battuto continuava all'interno della proprietà di mio padre, terminando nel giardino sul retro della casa.
Tutti ritenevano che casa nostra, la casa di Babà, fosse la più bella di Wazir Akbar Khan, un quartiere nuovo e ricco nella zona nord di Kabul. C'era addirittura chi pensava che fosse la più bella della città. Il vialetto d'accesso, fiancheg­giato da cespugli di rose, conduceva a una grande costruzio­ne con pavimenti in marmo e finestre immense.
Il pavimento dei quattro bagni era rivestito da intricati mosaici di piastrelle, scelte personalmente da Babà a Isfa­han. Alle pareti delle stanze erano appesi arazzi intessuti con fili d'oro, che Babà aveva acquistato a Calcutta.

Al piano superiore c'erano la mia camera da letto, quella di Babà e il suo studio, chiamato anche la "stanza del fumo", che profumava sempre di tabacco e cannella. Babà e i suoi amici se ne stavano lì, dopo cena, sdraiati sulle poltrone di pelle nera. Caricavano le pipe - Babà diceva "rimpinzare" -e discutevano dei loro tre argomenti preferiti: politica, affari, calcio. A volte chiedevo a Babà il permesso di rimanere con loro, ma lui ogni volta mi rispondeva: «Questo è il mo­mento degli adulti. Perché non vai a leggere un libro?». Poi chiudeva la porta lasciandomi solo a domandarmi perché con lui fosse sempre il momento degli adulti. Mi sedevo in corri­doio, le ginocchia piegate contro il petto, e a volte rimanevo lì un'ora, anche due, ad ascoltare chiacchiere e risate.

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Il soggiorno al pianterreno aveva una parete curvilinea con mobili costruiti su misura. Sui muri immagini di famiglia. Una vecchia foto sgranata del nonno con re Nadir Shah, del 1931, due anni prima che il sovrano venisse assassinato: sti­vali da caccia, fucile in spalla e ai loro piedi un cervo abbat­tuto. C'era una foto del matrimonio dei miei genitori: mio padre elegantissimo nel suo completo nero, mia madre una (giovane e sorridente principessa in bianco. In un'altra foto lo padre e il suo migliore amico e socio in affari, Rahim lan, ritratti all'esterno della casa.

Nessuno dei due sorride, sono anch'io, in braccio a mio padre che ha l'aria stanca triste. Le mie dita stringono il mignolo di Rahim Khan.  Di fianco al soggiorno c'era la sala da pranzo. Dal soffitto pendeva un lampadario di cristallo e al centro della , c'era un tavolo di mogano intorno al quale potevano SÌ una trentina di invitati - cosa che, dato che mio amava dare feste sontuose, accadeva quasi ogni settimana.

All'estremità meridionale del giardino, all'ombra di un nespolo, c'era la casa dei domestici, una capanna di argilla dove abitavano Hassan e Ali e dove io, nei diciotto anni in cui vissi lì, entrai pochissime volte. Era una stanza spoglia ma pulita, male illuminata da due lampade al cherosene e arre­data con due materassi appoggiati alle pareti, uno di fronte all'altro, un vecchio tappeto di Herat con i bordi sfilacciati, uno sgabello a tre gambe e, in un angolo, un tavolo dove Has­san disegnava. Appeso al muro, solo un piccolo arazzo con le parole Allah-u-akbar, ricamate a perline, che Babà aveva regalato ad Ali di ritorno da uno dei suoi viaggi a Mashad.

Era in quella capannuccia che Sanaubar, la madre di Has­san, l'aveva messo al mondo nell'inverno del 1964. Mentre mia madre era morta dandomi alla luce, Hassan aveva perso la sua una settimana dopo la nascita, in un modo che per un afghano è peggio della morte: Sanaubar era fuggita con una compagnia di ballerini e cantanti girovaghi.
Hassan non parlava mai di lei, come se non fosse mai esi­stita. Mi chiedevo se la sognava, se immaginava che aspetto avesse e dove si trovasse. Mi domandavo se desiderava in­contrarla. Provava anche lui la nostalgia struggente che pro­vavo io per la madre che non avevo mai conosciuto?

Un giorno, mentre andavamo al cinema Zainab a vedere un nuovo film iraniano, prendemmo la scorciatoia che attra­versava la caserma vicino alla scuola media Istiqlal. Babà ce l'aveva severamente proibito, ma in quel periodo si trovava in Pakistan con Rahim Khan. Scavalcammo lo steccato che circondava la caserma, superammo un torrente e sbucammo in uno spiazzo di terra battuta dove arrugginivano vecchi carri armati abbandonati. Alcuni soldati giocavano a carte r fumavano all'ombra di uno di quei relitti. Uno ci scorse i-, dando di gomito al suo vicino, chiamò Hassan.

«Ehi, tu. Io ti conosco.»

Non l'avevamo mai visto prima. Era un uomo tarchiato con la testa rasata e una barba nera di qualche giorno. Il mo­do in cui ci guardava, con un sorriso lascivo, mi spaventò. «Non fermarti» dissi tra i denti.

«Ehi, hazara! Guardami in faccia quando ti parlo!» gli urlò il soldato. Passò la sigaretta al suo vicino, unì indice e pollice della mano destra e infilò il medio della sinistra in quel cerchietto. Dentro e fuori. Dentro e fuori. «Ho cono­sciuto tua madre, lo sapevi? L'ho conosciuta proprio bene. L'ho presa da dietro laggiù, vicino al torrente.»

I soldati scoppiarono in una risata. Uno fischiò. «Non fermarti, non fermarti» ripetei.

«Che fica stretta e zuccherosa aveva!» diceva ghignando un soldato, mentre i suoi camerati gli stringevano la mano. Più li, nel buio del cinema, sentii Hassan singhiozzare.

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Con La Dodicesima Carta sono arrivate a sei le appassionanti indagini che vedono protagonisti Lincoln Rhyme e Amelia Sachs . Frutto della ...

la dodicesima cartaCon La Dodicesima Carta sono arrivate a sei le appassionanti indagini che vedono protagonisti Lincoln Rhyme e Amelia Sachs. Frutto della fantasia dell'americano Jeffery Deaver,
l'investigatore noto tanto per la sua quasi totale infermità quanto per i suoi metodi strettamente scientifici, si trova alle prese con un caso apparentemente vecchio di 150 anni: alla metà del 1800 risalgono i fatti che la sedicenne nera Geneva Settle sta studiando per una ricerca scolastica quando viene assalita nella biblioteca del Museo afroamericano di Harlem.

Il tentativo di stupro, però, si trasforma presto in diversi e reiterati tentativi di omicidio. Il movente rimane inaccessibile, almeno fino al momento in cui, fra piste e indizi falsi, dal passato riemergono prove che contribuiranno a gettare una luce chiarificatrice sul passato della famiglia di Geneva, segnando definitivamente anche il presente e il corso del suo futuro.

Lincoln Rhyme e Amelia Sachs sono tornati: la fatica annuale di Jeffery Deaver ha prodotto un nuovo thriller ambientato per lo più nel ghetto di Harlem, luogo in cui la partecipazione emotiva del lettore è così attivata da essere costretto a girare pagina velocemente, seguendo il ritmo incalzante degli eventi.

Non conosciamo il movente e neppure il mandante, ma l’assassino sì, fin dalle prime righe. Sappiamo come si chiama, come agisce, persino come ha trascorso la sua infanzia. Intuiamo i motivi che lo hanno reso così freddo e insensibile e capiamo che non si fermerà davanti a nulla. Conosciamo la vittima: una giovane nera che ha fatto dello studio l’unico mezzo per costruirsi un futuro diverso da quello che aspetta le sue compagne. E, naturalmente, conosciamo gli investigatori e i loro metodi. Non bisogna essere lettori troppo smaliziati per riconoscere uno schema predefinito: sono delitti e psicologie che abbiamo già incontrato, quelli descritti da Deaver. 

Eppure ci sono particolari che rendono il romanzo in qualche modo diverso. L’intreccio costruito in modo che diversi piani narrativi si sovrappongano, creando più di un’illusione, il continuo variare delle prospettive e delle motivazioni all’origine dei delitti, i nuovi slanci che la trama conosce dopo ogni colpo di scena, cui si aggiunge il lieve ma significativo progresso delle facoltà motorie di Rhyme, sono tutti elementi che rendono La dodicesima carta una lettura appassionante fino all’ultima pagina: una nuova lezione, dalle caratteristiche tutte americane, su come possa essere intricato e insidioso il cammino che, comunque, porta sempre alla verità. 
 
II volto bagnato di sudore e lacrime, l'uomo corre per salvar­si la vita.
"Eccolo! Eccolo là!"
L'ex schiavo non capisce bene da dove venga la voce. Dal­le sue spalle? Da sinistra o da destra? Dal tetto di una delle case decrepite che si allineano lungo queste sordide strade acciottolate? Nell'aria di luglio calda e densa come paraffi­na, l'uomo smilzo salta un cumulo di stereo di cavallo. I net­ turbini non arrivano qui, in questa parte della città. Charles Singleton si ferma presso un bancale con un'alta pila di bari­ lotti appoggiata sopra, tentando di riprendere fiato.

La detonazione di una pistola. Il proiettile si perde chissà dove. L'eco secca dell'arma da fuoco lo riporta di colpo alla guerra: quei momenti assurdi e folli in cui manteneva la sua posizione con indosso una polverosa divisa blu, puntando un pesante moschetto su uomini dalla polverosa divisa gri­gia, che a loro volta puntavano i fucili su di lui.
Adesso corre più veloce. Quelli sparano di nuovo. Anche stavolta mancano il bersaglio.
"Qualcuno lo fermi. Cinque dollari in oro per chi lo prende."


Ma i pochi già per strada a quest'ora, irlandesi per lo più, stracciaioli o operai che se ne vanno al lavoro con le piccoz­ze e i secchi per la calce, non pensano affatto a fermare il ne­gro, che ha lo sguardo feroce, muscoli grossi e una determi­nazione spaventosa. Quanto alla ricompensa, a offrirla a gran voce è stato un poliziotto, il che significa che la promes­sa non sarà mantenuta.
Una fotografia mostrava Charles Singleton a ventotto an­ni, con indosso la divisa della Guerra Civile. Era alto e aveva mani grandi. L'uniforme tesa sul petto e sulle braccia lascia­ va intuire muscoli possenti. Labbra grosse, zigomi alti, viso tondo e pelle molto scura.
Fissando quel volto serio, con quegli occhi calmi e pene­tranti, la ragazza credette di trovare qualche somiglianza tra sé e lui. Si riconobbe nei lineamenti dell'antenato, nella rotondità del viso, nell'intensa sfumatura della pelle. Tuttavia, del fisico di Singleton le era rimasto ben poco: come le ra­gazze di Delano Project amavano farle notare, Geneva Seattle era magra quanto un ragazzine delle elementari.
Riprese a leggere, ma un rumore la interruppe. Un click nella sala. Lo scatto di una serratura? Poi dei passi. Una pau­sa. Un altro passo. Poi silenzio. Geneva guardò dietro di sé, tuttavia non vide nessuno.
Provò un brivido, ma disse a se stessa che non doveva avere paura. Erano stati i brutti ricordi a innervosirla: le ragazze di Delano che la picchiavano nel cortile della Langston Hughes High School e quella volta che Tonya Brown e la sua banda delle St. Nicholas Houses l'avevano trascinata in un vicolo e massacrata di botte, tanto da farle saltare un molare. I ragazzi erano quelli che mettevano le mani addosso, quelli che faceva­ no gli stronzi. Ma era con le ragazze che scorreva il sangue.
Falla a fette. Falla a fette, la troia...
Ancora passi. Un'altra pausa.
Silenzio.
Non che il posto fosse per sua natura rassicurante. Buio, silenzioso, con un sentore di muffa nell'aria. E non c'era nes­sun altro, non alle otto e un quarto del martedì mattina. Il museo era ancora chiuso (i turisti erano a letto o stavano fa­cendo colazione), ma la biblioteca apriva alle otto. Geneva era fuori ad aspettare già da prima: moriva dalla voglia di leggere quell'articolo.
In quel momento occupava un cubicolo in fondo a una grande sala da esposizioni, tra manichini senza volto che in­dossavano costumi dell'Ottocento. Alle pareti erano appesi dipinti di uomini e donne dai cappelli bizzarri e di cavalli dalle zampe ossute.
Alle sue spalle galoppano gli agenti a cavallo. Altri ne ap­paiono davanti a lui, agli ordini di un poliziotto con l'elmet­to in testa, che brandisce una pistola. "Alt! Fermo dove sei, Charles Singleton! Sono il capitano Walter Simms. Sono due giorni che ti cerco."
D liberto obbedisce. Le spalle forti si incurvano, le braccia pendono lungo i fianchi, i polmoni si riempiono dell'aria umida e rancida che sale dal fiume Hudson. Charles è vicino agli uffici dei rimorchiatori. Lungo il corso del fiume, vede svettare gli alberi dei velieri, a centinaia, con la loro promes­sa di libertà. Si appoggia, ansante, alla grande insegna della Swiftsure Express Company e guarda il capitano avvicinarsi. Gli zoccoli del cavallo fanno un sonoro clop, clop, clop sul­ l'acciottolato.
"Charles Singleton, sei in arresto per furto. Arrenditi, o ti prenderemo con la forza. In un caso o nell'altro, finirai in ca­ ene. Se scegli la resa non ti verrà fatto del male. Se invece scegli di resistere ne pagherai care le conseguenze. A te la de­cisione."
"Sono accusato di un crimine che non ho commesso! "
"Te lo ripeto: arrenditi o muori. Non hai altra scelta."
"Nossignore, ne ho un'altra", grida Charles. E riprende la fuga, verso il molo.
"Fermati o spariamo!" intima il capitano Simms.
Ma il liberto si lancia oltre il parapetto del molo, come un cavallo che salta un ostacolo. Per un momento sembra sospeso in aria, poi precipita per una decina di metri e si tuffa nelle acque torbide dell'Hudson, mormorando alcune paro­le: forse una preghiera a Gesù, forse una dichiarazione d'a­more alla moglie e al figlio. Qualunque cosa sia, gli inseguitori non riescono a sentirlo.

Una ventina di metri più in là, il quarantunenne Thompson Boyd fece un passo verso la ragazza dopo essersi sistemato il passamontagna sulla faccia, con i buchi in corrispondenza degli occhi. Controllò che il tamburo del revolver non si in­ ceppasse. L'aveva già fatto prima, ma nel suo mestiere non si poteva mai essere sicuri. Rimise in tasca l'arma ed estrasse lo sfollagente dal taglio praticato nel suo impermeabile scuro.
Fra lui e il tavolo del lettore di microfiche c'erano gli scaf­fali di libri della sala dei costumi. Premette le dita infilate nei guanti di lattice sugli occhi, che quella mattina bruciavano più del solito. Batté le palpebre dal dolore.
Si guardò intorno di nuovo, per assicurarsi che la sala fos­se effettivamente deserta.
Non c'erano guardiani, né lì né al piano di sotto. Non c'era­ no videocamere di sicurezza né registri dei visitatori. Tutto be­ ne. Ma qualche problema logistico c'era lo stesso. Poiché nel­ la sala regnava un silenzio di tomba e Thompson non poteva avvicinarsi in silenzio alla sua vittima, il rischio era che la ra­ gazza, sapendo che c'era qualcuno nella sala, si mettesse in al­larme.
Perciò, dopo essere entrato in quell'ala della biblioteca e avere chiuso a chiave la porta dietro di sé, si era prodotto in una risata. Thompson Boyd aveva smesso di ridere da parec­chi anni. Ma era un artigiano che capiva il potere della risata e sapeva come impiegarlo a proprio vantaggio, nel suo lavo­ ro. Una risata, un saluto amichevole e il rumore di un cellu­lare che veniva chiuso l'avrebbero di sicuro tranquillizzata, lo sapeva.
Il trucco sembrava funzionare. Sbirciò oltre la lunga fila di scaffali e scorse la ragazza concentrata sullo schermo. La vide stringere i pugni nervosamente, mentre leggeva.
Fece per avvicinarsi.
Thompson sbirciò l'ennesima volta. La ragazza, era torna­ta a sedersi e stava leggendo uno dei libri, aperto in cima alla pila. Ne aveva una dozzina davanti a sé. Con il sacchetto in cui aveva messo preservativi, taglierino e nastro adesivo nella mano sinistra e con lo sfollagente nella destra, si avviò verso di lei.
Le si avvicinò da dietro: sei metri, cinque, trattenendo il respiro.
Tre metri. Anche se si fosse voltata di scatto, ora lui avreb­be potuto raggiungerla con un balzo, rompendole un ginoc­chio o colpendola alla testa.
Due metri, uno e mezzo...
Si fermò e depose il set da stupro su uno scaffale. Afferrò lo sfollagente di lucido legno di rovere con entrambe le mani e lo sollevò in aria. Fece un passo avanti.
La ragazza, intenta a leggere, non si era minimamente ac­corta del suo aggressore, ormai a un metro da lei. Con tutte le sue forze, Thompson abbatté lo sfollagente sul berretto di maglia della ragazza.
Crack...
All'impatto sordo del legno sulla testa, una dolorosa vi­brazione si riverberò nelle mani di Thompson.
Ma qualcosa non andava. Il suono, la sensazione, non era­ no quelli giusti. Che cosa stava succedendo?
Thompson Boyd balzò all'indietro, mentre il corpo cade­ va sul pavimento.
E andava in pezzi.
Il torso del manichino cadde da una parte, la testa rotolò da un'altra. Thompson rimase a fissarlo attonito per un istante. Sulla metà inferiore dello stesso manichino era drappeggiato un vestito rigonfio, uno di quelli in mostra come esempi di abbigliamento delle donne nell'America della ri­costruzione.
No...
In qualche modo, la ragazza doveva avere intuito la mi­naccia che incombeva su di lei. Aveva sfilato i libri dagli scaffali come alibi per alzarsi, prendere un manichino, vestirne la metà superiore con là sua felpa e il suo berretto e infine si­stemarlo sulla sedia.
Ma adesso dov'era?
Il rumore dei passi in corsa era la risposta alla sua domanda.
Thompson Boyd la sentì scappare verso l'uscita di sicu­rezza. Rimise lo sfollagente nel taglio dell'impermeabile, estrasse la pistola e si lanciò all'inseguimento.
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Maya Vidal, l'adolescente protagonista del nuovo romanzo di Isabel Allende, caduta nel circuito dell'alcol e della droga, riesce a ...

Il-quaderno-di-Maya-Allende recensioneMaya Vidal, l'adolescente protagonista del nuovo romanzo di Isabel Allende, caduta nel circuito dell'alcol e della droga, riesce a riemergere dai bassifondi di Las Vegas e, in fuga da spacciatori e agenti dell'Fbi, approda nell'incontaminato arcipelago di Chiloé

In queste isole remote nel Sud del Cile, nell'atmosfera di una vita semplice fatta di magnifici tramonti, solidi valori e rispetto reciproco, Maya impara a conoscersi e a conoscere la sua terra d'origine, scopre verità nascoste e, infine, l'amore. A queste pagine si alterna il crudo racconto della sua difficile storia precedente, una vita fatta di marginalità e degrado, solitudine e cattive compagnie, nella quale precipita dopo la morte dell'amatissimo nonno. Isabel Allende torna a raccontare la vita di una donna coraggiosa in un romanzo che affronta con delicatezza le relazioni umane: le amicizie incondizionate, le storie d'amore palpabili come quelle più invisibili, gli amori adolescenziali e quelli lunghi una vita. 

Un ritmo incalzante, una prosa disincantata per questa nuova prova narrativa che si tinge di noir e per l'ennesima galleria di donne volitive e uomini capaci di amare.
La gran parte delle donne scaturite dalla penna della scrittrice cilena sono esseri indomiti, che non chiedono a nessuno il permesso di vivere, amare e sbagliare, e proprio su questa unione di carattere e fallibilità costruiscono le premesse per l'amore viscerale che lettori e lettrici provano inevitabilmente per loro.

Dalle tante protagoniste de La Casa degli Spiriti a Eva Luna, dalla Inès del romanzo eponimo alla Aurora di Ritratto in seppia, fino ad arrivare all'autrice stessa e alla figlia Paula, al centro di alcune fra le pagine più intense nella ricchissima produzione di Allende, sono le donne ad occupare il centro della scena, nei romanzi letti e amati in tutto il mondo da trent'anni a questa parte.

Prendete ad esempio Maya, la protagonista dell’ultimo Il quaderno di Maya. Qui si racconta delle peripezie di Maya Vidal, una ragazza di 19 anni con un passato più denso di avvenimenti e drammi di una soap latinoamericana. Cresciuta dai nonni, l'amatissimo Popo, e la di lui moglie Nini, Maya passa sul finire dell'adolescenza un lungo periodo a Las Vegas che definire turbolento sarebbe riduttivo.
In seguito alla morte di colui che la ragazza continuerà a chiamare "Il mio Popo", infatti, la ragazza si trova in un turbine esistenziale drammatico, che le fa smarrire tutte le coordinate e la porta a cacciarsi in grossi guai.

Grossi al punto che Nini - la nonna - non troverà altra via d'uscita che quella di spedire Maya in un arcipelago nell'estremo sud cileno, Chiloé, dove la ragazza possa trovare protezione e ospitalità in attesa di tempi migliori.

La protezione è garantita dall'isolamento che Chiloé offre a ciascuno dei suoi abitanti, essendo una terra tagliata fuori da qualsiasi rotta turistica o di interesse economico. Quanto all'ospitalità, provvederà Manuel, antropologo amico di nonna Nini, che saprà capire le molte qualità di Maya e le offrirà un lavoro. Il contrasto fra la Las Vegas dei bassifondi che Maya ha bazzicato durante la sua travagliata adolescenza e la natura primordiale, selvaggia e incontaminata di Chiloé è reso in maniera efficace dalla scrittura, e la suggestione è ulteriormente amplificata dalla scoperta di un segreto familiare custodito nell'ambiente ad un tempo edenico e minaccioso di Chiloé.

La storia di "Maya" è la risposta di Allende alle preghiere dei suoi nipotini, che le chiedevano da tempo un libro con personaggi nei quali potersi identificare, una storia che presentasse motivi di fascino anche per i ragazzi di oggi.

Ma bisogna dire che il risultato non è certo ascrivibile al filone della letteratura per ragazzi, perché molte delle situazioni vissute o rievocate da Maya nel corso del racconto sono cariche di una brutalità decisamente inadatta ad una platea di lettori giovanissimi.

È insomma, quello che abbiamo fra le mani, un classico "alla Allende", con tutti i temi cari alla scrittrice: l'esilio e il ritorno, la volontà e il carattere come viatici alla propria felicità, e - su tutto - la capacità di realizzarsi e crescere nel confronto con l'altro. 
 
Una settimana fa, all'aeroporto di San Francisco, la nonna mi abbracciò senza piangere e mi ripeté che, se avevo  a cuore la mia esistenza, non dovevo mettermi in contatto con nessuno finché non avessimo avuto la certezza che i miei nemici non mi cercavano più. La mia Nini è paranoica, come tutti gli abitanti della Repubblica popolare indipendente di Berkeley, perseguitati dal governo e dagli extra-ri, ma nel mio caso non stava esagerando: qualsiasi pre­venzione non sarebbe stata di troppo. Mi consegnò un quaderno con cento pagine perché tenessi un diario della mia vita come avevo fatto dagli otto ai quindici anni, quando ancora il destino non mi aveva girato le spalle. "Avrai tempo per te, Maya. Approfitta per scrivere delle enormi sciocchezze che hai commesso, magari in questo modo ti rendi conto della loro portata" mi disse.
Per non offenderla, misi il quaderno nello zaino, ma non avevo intenzione di usarlo, anche se qui, in effetti, il tempo si dilata e scrivere è un modo per occuparlo. Questa prima set­timana di esilio è stata lunga per me. Mi trovo su un'isoletta quasi invisibile sulla carta geografica, calata in pieno Me­dioevo. Mi risulta complicato scrivere della mia vita, perché non distinguo tra i ricordi e ciò che è frutto della mia imma­ginazione; la pura verità può risultare tediosa e per questa ra­gione, senza rendermene conto, la modifico o la enfatizzo, an­che se mi sono riproposta di correggere questo difetto e di mentire il meno possibile in futuro. Ed è così che ora, quan­do perfino gli yanomamis dell'Amazzonia usano i computer, mi ritrovo a scrivere a mano. Procedo lentamente e la mia gra­fia sembra cirillico, visto che nemmeno io riesco a decifrarla, ma immagino che pagina dopo pagina inizierà a migliorare. Scrivere è come andare in bicicletta: non lo dimentichi, per quanto passino anni senza fare pratica. Cerco di procedere in ordine cronologico, dato che un qualche ordine ci deve esse­re, e ho pensato che seguire questo mi sarebbe risultato faci^ le, ma perdo il filo, divago o mi ricordo di qualcosa di im­portante diverse pagine più avanti e non c'è più modo di inserirlo. La mia memoria si muove tra cerchi, spirali e acrobazie da trapezista.
Sono Maya Vidal, diciannove anni, sesso femminile, nu­bile, senza un innamorato per mancanza di opportunità e non perché sia schizzinosa, nata a Berkeley, California, passaporto americano, temporaneamente rifugiata in un'isola nel Sud del mondo. Mi hanno chiamato Maya perché la mia Nini ha una passione per l'India e perché ai miei genitori non è venuto in mente un altro nome, pur avendo avuto nove mesi tempo per pensarci. In indi maya significa "incantesimo, illusione, sogno". Niente a che vedere col mio carattere. Atti­lla mi starebbe meglio, perché dove passo lascio solo terra bruciata.
La mia storia inizia in Cile con mia nonna, la mia Nini, molto prima che nascessi, perché se lei non fosse emigrata all’estero, non si sarebbe innamorata del mio Popò né si sarebbe stabilita in California, mio padre non avrebbe conosciuto mia madre e io non sarei io, bensì una ragazza cilena molto diversa.
Come sono? Un metro e ottanta, cinquantotto chili, gambe muscolose, mani impacciate, occhi azzurri o grigi, secondo l'ora del giorno, probabilmente bionda, ma non ne sono certa visto che da parecchi anni non vedo il colore naturale dei miei capelli. Non ho ereditato l'aspetto esotico di nonna, con la sua pelle olivastra e quelle occhiaie scure e danno un'aria dissoluta, e nemmeno quello di mio padre, eJegante come un torero e altrettanto vanitoso; non assomiglio nemmeno a mio nonno,il mio magnifico Popò, sfortunatamente non è il mio progenitore biologico ma il secondo marito della mia Nini.
Assomiglio a mia madre, almeno per corporatura e colore della pelle, una principessa della Lapponia, come credevo prima di avere l'uso della ragione, ma una hostess danese della quale padre, pilota, s'innamorò in aria. Lui era troppo giovane per sposarsi, ma si mise in testa che quella era la donna della sua vita e la inseguì con ostinazione finché lei non accettò per stanchezza. O forse perché era incinta. Il fatto è che se ne pentirono dopo meno di una settimana.. Qualche giorno dopo quando suo marito era in volo, mia madre fece le valigie,e prese un taxi. La mia Nini era in giro per San Francisco a fare campagna contro la Guerra del Golfo, ma il mio Popò trovò il fagotto che lei gli allungò senza dargli nessuna spiegazione,prima di salire di corsa sul taxi che la stava aspettando.
La nipotina era così leggera che stava in una sola ma­no del nonno. Poco dopo la principessa  danese spedi per posta i docu­menti del divorzio e già che c'era la rinuncia all'affidamento della figlia. Mia madre si chiama Marta Otter e l'ho cono­sciuta l'estate dei miei otto anni, quando i nonni mi portaro­no in Danimarca.
Sono in Cile, il paese di mia nonna Nidia Vidal, dove l'o­ceano si mangia la terra a morsi e il continente sudamerica­no si sgrana in isole. Per essere precisi, mi trovo a Chiloé, nella regione di Los Lagos, tra il parallelo 41 e il 43, latitu­dine Sud, un arcipelago di circa novemila chilometri qua­drati di superficie e più o meno duecentomila abitanti, tutti più bassi di me. In mapudungun, la lingua degli indigeni del­la regione, Chiloé significa terra dei cahuiles, i gabbiani dal­la voce stridula e dalla testa nera, ma si sarebbe dovuta chia­mare terra del legno e delle patate. Oltre a Isla Grande, do­ve si trovano le città più popolose, ci sono molte piccole iso­le, parecchie delle quali disabitate. Alcune formano piccoli gruppi di tre o quattro e sono così vicine le une alle altre che con la bassa marea sono collegate tra loro via terra, ma non ho avuto la fortuna di finire in una di queste: vivo a quarantacinque minuti di lancia a motore, con mare calmo, dal pae­se più vicino.
Il mio viaggio dal Nord della California fino a Chiloé è iniziato sulla nobile Volkswagen gialla di mia nonna, che dal 1999 ha avuto diciassette incidenti ma corre come una Fer­rari. Sono partita in pieno inverno, in uno di quei giorni ili vento e pioggia in cui la baia di San Francisco perde i colori, e il paesaggio sembra disegnato col pennino, bianco, nero,! grigio. La nonna guidava con il suo stile, a singhiozzi, aggrappata al volante come a un salvagente, con gli occhi in­chiodati su di me più che sulla strada, intenta a darmi le ulti­me istruzioni. Non mi aveva ancora spiegato esattamente dove mi stava mandando; Cile era stata l'unica parola che mi aveva detto quando aveva progettato il piano per farmi sparire. In macchina mi rivelò i particolari e mi consegnò una picco­la guida turistica in edizione economica.
"Chiloé? Ma che posto è questo?" le domandai. "Lì ci sono tutte le informazioni di cui hai bisogno" disse indicando il libro.
"Sembra piuttosto lontano..."
"Più ti allontani e meglio è. A Chiloé ho un buon amico, Manuel Arias, l'unica persona al mondo, oltre a Mike Kelly, a cui posso chiedere di tenerti nascosta per uno o anni. "
"Uno o due anni? Ma sei impazzita, Nini?"
"Senti, ragazzina, ci sono momenti in cui non si ha il minimo controllo sulla propria vita, le cose succedono e basta, e questo è proprio uno di quei momenti" mi annunciò con il viso incollato al parabrezza, cercando di orientarsi, mentre viaggiavamo alla cieca nel groviglio di autostrade, arrivammo appena in tempo all'aeroporto e ci separammo senza troppe smancerie; l'ultima immagine che conservo e la Volkswagen che si allontana a sobbalzi nella pioggia. Viaggiai per diverse ore fino a Dallas, premuta tra il finestrino una cicciona che sapeva di noccioline tostate e poi su un aereo, che mi avrebbe lasciato a Santiago dieci ore dopo ero affamata, in preda a ricordi, pensieri e immersa nella lettura del libro su Chiloé, che esaltava le bellezze delle chiese di legno e la vita rurale.
All'improvviso apparve una valle verde, i campi seminati e in lontananza Santiago, dove sono natimia nonna e mio padre e dove vive un pezzo della storia della mia famiglia.
Del passato di mia nonna, raramente ne parla, come se la sua vita fosse iniziata solo quando conobbe il mio Popò. Nel 1974, in Cile, morì il suo primo ma­rito, Felipe Vidal, qualche mese dopo il golpe militare che ab­batté il governo socialista di Salvatore Allende e instaurò nel paese una dittatura. Rimasta vedova, decise che non voleva vivere sotto un regime oppressivo ed emigrò in Canada con il figlio Andrés, mio padre. Lui non ha potuto aggiungere mol­to a questo racconto, perché ricorda poco della sua infanzia, ma venera ancora suo padre, di cui sono sopravvissute solo tre fotografie. "Non torneremo mai, vero?" commentò An­drés sull'aereo che lo portava in Canada. Non era una do­manda, ma un'accusa. Aveva nove anni, negli ultimi mesi era maturato all'improvviso e pretendeva spiegazioni, dato che si rendeva conto che sua madre stava cercando di proteggerlo con mezze verità e mezze bugie. Aveva accettato con forza d'animo la notizia dell'improvviso attacco di cuore di suo pa­dre e il fatto che fosse stato sepolto senza che gli fosse con­cesso di vedere il corpo e di congedarsi da lui. Poco dopo si era ritrovato su un aereo diretto in Canada. "Certo che tor­neremo, Andrés" gli aveva assicurato sua madre, ma lui non le aveva creduto.
A Toronto erano stati accolti dai volontari del Comitato per i rifugiati, che li rifornirono di indumenti adeguati e li sistemarono in un appartamento ammobiliato, con i letti fatti e il frigorifero pieno. Per i primi tre giorni, finché durarono le provviste, madre e figlio rimasero rinchiusi, rabbrividendo per la solitudine, ma al quarto giorno apparve un'assistente sociale che parlava uno spagnolo discreto a informarli dei benefici e dei diritti di qualsiasi abitante del Canada. Prima di tutto ricevettero lezioni intensive di inglese e il bambino !u iscritto a scuola nella classe che gli corrispondeva; poi Nidi| riuscì a ottenere un posto come autista per evitarsi l'umiliazione di ricevere l'elemosina dallo stato senza lavorare.
Il breve autunno canadese cedette il passo a un inverni polare, stupendo per Andrés, ora chiamato Andy, che sco­prì la gioia del pattinaggio sul ghiaccio e dello sci, ma insopportabile per Nidia, che non riuscì a trovare del calore Ine a superare la tristezza di aver perso suo marito e il suo paese. Il suo stato d'animo non migliorò con l'arrivo di un'incerta primavera né con i fiori, che spuntarono come per magia in una sola notte là dove prima c'era un duro strato di neve. Si sentiva priva di radici e teneva la valigia pronta, in tesa dell'opportunità di tornare in Cile non appena fosse finita la dittatura, non potendo immaginare che sarebbe durata sedici anni.
Nidia Vidal rimase a Toronto per un paio d'anni, contando i giorni e le ore, finché non conobbe Paul Ditson II, il mio Popo, un professore dell'Università di Berkeley che era anche a Toronto per tenere una serie di conferenze su uno sfuggente pianeta, la cui esistenza cercava di dimostrare mediante calcoli poetici e salti d'immaginazione. Il mio Popò, uno dei primi astronomi afroamericani a esercitare una professione in cui la schiacciante maggioranza era bianca, era un'eminenza nel suo campo, autore di diversi libri.
Per una di quelle casualità da romanzo aveva concluso la sua visita in Cile lo stesso giorno del 1974 in cui lei era parti­ta con suo figlio per il Canada. Sono arrivata a pensare che poteva benissimo darsi che, senza conoscersi, fossero stati vi­cini in aeroporto, in attesa dei rispettivi voli, ma stando a lo­ro ciò non è possibile, perché lui avrebbe notato quella bella donna e anche lei lo avrebbe visto, perché un nero richiama­va l'attenzione nel Cile di allora, specialmente se così alto ed elegante come il mio Popò.
A Nidia fu sufficiente una mattina di guida per Toronto insieme al suo passeggero per capire che possedeva la rara combinazione di una mente brillante con la fantasia di un so­gnatore e la totale mancanza di senso pratico, che lei invece si vantava di possedere in abbondanza. La mia Nini non riu­scì mai a spiegarmi come arrivò a tale conclusione dal vo­lante dell'automobile e in mezzo al traffico caotico, ma il fat­to è che ci prese in pieno. L'astronomo sembrava sperso co me il pianeta che cercava nel ciclo; poteva calcolare in meno di un batter d'occhio quanto ci mette una navicella spaziale ad arrivare sulla Luna viaggiando a 28.286 km all'ora, ma rimaneva perplesso davanti a una caffettiera elettrica. Era da anni che lei non sentiva il vago battito d'ali dell'amore e quel l'uomo, molto diverso dagli altri che aveva conosciuto nei suoi trentatré anni, la intrigava e la attirava.
Anche il mio Popò, piuttosto spaventato dalla temerarietà con cui la sua autista guidava, provava curiosità per la donna che si nascondeva dietro una divisa troppo grande. Non era uomo da cedere facilmente agli impulsi sentimentali e se mai gli attraversò la mente l'i­dea di sedurla, la scartò immediatamente quasi fosse una seccatura. Invece la mia Nini, che non aveva nulla da perdere decise di affrontare apertamente l'astronomo
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Isabel Allende Llona (Lima, 2 agosto 1942) è una delle autrici latinoamericane di maggior successo al mondo, con libri come La casa degli sp...

isabel allendeIsabel Allende Llona (Lima, 2 agosto 1942) è una delle autrici latinoamericane di maggior successo al mondo, con libri come La casa degli spiriti o La città delle bestie. Ha scritto romanzi basati sulle sue esperienze di vita, ma ha anche parlato delle vite di altre donne, unendo insieme mito e realismo. Ha partecipato a molti tour mondiali per promuovere i suoi libri ed ha anche insegnato letteratura in vari college statunitensi. Attualmente vive in California con suo marito, avendo ottenuto la cittadinanza americana nel 2003.

Biografia.
A tre anni dalla sua nascita, in Perù, nel 1945 il padre, Tomas Allende, divorzia e abbandona la famiglia; la madre decide di tornare in Cile con i tre figli e andare a vivere nella casa del nonno a Santiago. Grazie all'aiuto del cugino del padre Salvador Allende, futuro presidente del Cile, poi morto nel colpo di Stato del 1973, a Isabel e ai suoi fratelli non mancherà la possibilità di studiare e di vivere senza problemi economici. La casa del nonno sarà poi evocata nel primo romanzo, La casa degli spiriti, che nel 1982 le darà la notorietà e che trae spunto dalle vicende della famiglia Allende.

Nel 1956 la madre si risposa con un diplomatico e a causa del suo lavoro la famiglia farà dei soggiorni all'estero, prima in Bolivia, poi in Europa e in Libano, soggiorni che le permetteranno di conoscere un mondo diverso da quello da lei fino ad allora conosciuto nella casa del nonno. Tornata in Cile, nel 1962 si sposa con Michael Frías, da cui avrà due figli, Paula e Nicolás. Da questo momento si dedicherà al giornalismo, mestiere che sarà da lei sempre molto apprezzato. Dopo il colpo di stato di Pinochet dell'11 settembre 1973, lascia il Cile nel 1975 trasferendosi a Caracas, in Venezuela, dove rimane fino al 1988.
A quell'anno risalgono il divorzio da Frías ed il successivo matrimonio con William Gordon, con conseguente trasferimento in California, dove risiede tuttora, a San Rafael. Ne Il mio paese inventato Isabel rivela che Il piano infinito parla della vita di suo marito William. Nel 1991 improvvisamente la figlia Paula, a ventotto anni, si ammala di una malattia rara e gravissima, la porfiria, che la trascina in un lungo coma. La madre Isabel non abbandona la figlia per tutto il tempo e rimane al suo capezzale; durante tutto questo tempo comincia a scrivere, raccontando i ricordi della loro vita insieme in una commovente autobiografia.

Un anno dopo la scomparsa della figlia, avvenuta nel 1992, la Allende pubblica gli scritti nel libro Paula (1995). Tre anni dopo, nel 1997, raccoglie alcune delle lettere di solidarietà e affetto ricevute da tutto il mondo nel libro Per Paula. Come molte altre personalità, nel 2000 ha partecipato alla vasta campagna di sensibilizzazione mondiale "Respect" promossa dall'Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite: sulle note dell'omonima canzone di Aretha Franklin, diversi personaggi noti (fra cui, oltre alla stessa Allende, anche il segretario di stato Madeleine Albright e il premio Nobel Rigoberta Menchú Tum) hanno cantato e ballato. La campagna ha celebrato allo stesso tempo i primi cinquant'anni di attività dell'agenzia e i 50 milioni di rifugiati che sono riusciti a ricostruirsi una vita nella nuova terra d'adozione.

In tempi più recenti Allende si è dedicata alla stesura di una trilogia per ragazzi dedicata ai nipoti: i primi volumi sono stati La città delle bestie e Il regno del drago d'oro poi ha seguito l'ultimo volume La foresta dei pigmei. Il 10 febbraio 2006 ha partecipato alla Cerimonia di apertura dei XX Giochi olimpici invernali di Torino 2006 portando, insieme ad altre sette donne famose, la bandiera olimpica. Nel maggio 2007 è stata insignita a Trento della laurea honoris causa in lingue e letterature moderne euroamericane.

È cugina della deputata cilena Isabel Allende Bussi. Nel 2009 pubblica L'isola sotto il mare. L'ultimo suo libro è intitolato Il quaderno di Maya ed è uscito nelle librerie nel 2011. Nel settembre 2010 è stata insignita con il Premio Nazionale Cileno per la Letteratura.

Opere
    1983 – La casa degli spiriti (La casa de los espíritus), Feltrinelli
    1984 – D'amore e ombra (De amor y de sombra), Feltrinelli
    1987 – Eva Luna, Feltrinelli

    1992 – Il piano infinito (El plan infinto), Feltrinelli
    1995 – Paula, Feltrinelli
    1998 – Afrodita, Feltrinelli
    1999 – La figlia della fortuna (Hija de la fortuna), Feltrinelli
    2001 – Ritratto in seppia (Retrato en sepia), Feltrinelli
    2002 – La città delle bestie (La ciudad de las bestias), Feltrinelli
    2003 – Il mio paese inventato (Mi país inventado), Feltrinelli
    2003 – Il regno del drago d'oro (El reino del dragón de oro), Feltrinelli
    2004 – La foresta dei pigmei (El Bosque de los Pigmeos), Feltrinelli
    2005 – Zorro. L'inizio della leggenda (El zorro), Feltrinelli
    2006 – Inés dell'anima mia (Inés del alma mía), Feltrinelli
    2008 – La somma dei giorni (La suma de los días), Feltrinelli
    2009 – L'isola sotto il mare (La isla bajo el mar), Feltrinelli 


    2011 – Il quaderno di Maya (El cuaderno de Maya)

Il-quaderno-di-Maya-Allende recensioneMaya Vidal, l'adolescente protagonista del nuovo romanzo di Isabel Allende, caduta nel circuito dell'alcol e della droga, riesce a riemergere dai bassifondi di Las Vegas e, in fuga da spacciatori e agenti dell'Fbi, approda nell'incontaminato arcipelago di Chiloé

In queste isole remote nel Sud del Cile, nell'atmosfera di una vita semplice fatta di magnifici tramonti, solidi valori e rispetto reciproco, Maya impara a conoscersi e a conoscere la sua terra d'origine, scopre verità nascoste e, infine, l'amore. 

A queste pagine si alterna il crudo racconto della sua difficile storia precedente, una vita fatta di marginalità e degrado, solitudine e cattive compagnie, nella quale precipita dopo la morte dell'amatissimo nonno. Isabel Allende torna a raccontare la vita di una donna coraggiosa in un romanzo che affronta con delicatezza le relazioni umane: le amicizie incondizionate, le storie d'amore palpabili come quelle più invisibili, gli amori adolescenziali e quelli lunghi una vita. Un ritmo incalzante, una prosa disincantata

Nelle vesti di procuratore distrettuale, Penn Cage ha fatto condannare decine di assassini al braccio della morte. Credeva di aver visto il ...

la notte non è un posto sicuroNelle vesti di procuratore distrettuale, Penn Cage ha fatto condannare decine di assassini al braccio della morte. Credeva di aver visto il peggio, di aver fatto le scelte più difficili. Mai si sarebbe immaginato di dover affrontare il rischio più grande una volta eletto sindaco della sua città.

Perché Natchez nel sud degli Stati Uniti ha tutta l'aria di un posto tranquillo: una cittadina ricca di storia ma un po' decadente, cui andrebbero restituiti lustro e prosperità, dove il problema più tenace sembrano essere le tensioni razziali latenti.

La verità è che Natchez nasconde il suo vero volto anche a Cage. Un volto che si svela nella notte, sui casinò galleggianti ormeggiati sulle rive del Mississippi, moltiplicatisi da quando la tentazione dei soldi facili ha fatto dilagare il gioco d'azzardo. Un volto più nero delle peggiori aspettative, se è vero che uno dei casinò, il Magnolia Queen, è in realtà un covo di prostituzione e di combattimenti clandestini tra cani.

La soffiata arriva a Cage da Tim Jessup, suo vecchio amico d'infanzia, che adesso lavora al Magnolia. Poco dopo la confessione, l'uomo viene ritrovato ucciso, con un proiettile in petto e morsi di cane in tutto il corpo. Cage sente il peso del senso di colpa, per non aver saputo proteggere l'amico, e il peso del fallimento, per non aver saputo difendere la sua città dall'insinuarsi del male. Ma la ricerca dei colpevoli si rivela ben presto una caccia solitaria: tra le autorità locali, infatti, nessuno è disposto ad aiutarlo...
 
Mezzanotte nel giardino dei morti.
Una luna d'argento, sospesa sopra lo specchio nero del­le acque del fiume, riversa la sua gelida luce sull'autostrada che dalla Louisiana si snoda fino al Texas.
Sono fermo qui, tra le pietre tombali, scosso da un bri­vido. Sono l'unica presenza umana nel raggio di chilome­tri. Ai miei piedi una semplice lastra di granito, sotto la quale giace il corpo di mia moglie.
Sulla lapide sono incise queste parole:
SARAH ELIZABETH CAGE
1963-1998
Amata figlia, moglie, madre, insegnante
Non mi sono intrufolato nel cimitero a notte fonda per venire a visitare la tomba di mia moglie. Sono qui perché me l'ha chiesto un amico. E se ho accettato non è stato per amicizia, ma per senso di colpa. E per paura.
L'uomo che sto aspettando ha quarantacinque anni, ma per me è come se ne avesse ancora nove. È a quell'età che ci siamo conosciuti, all'epoca del primo sbarco sulla Luna. Le amicizie nate nell'infanzia creano vincoli che durano nel tempo. Il mio senso di colpa è lo stesso che si prova nel vedere qualcuno che si sta perdendo senza poter fare niente per salvarlo. Nel corso degli anni, Tim Jessup ha continuato a cacciarsi nei guai e io, dopo qualche tentativo iniziale, ho smesso di aiutarlo.
Quanto alla paura, non ha niente a che vedere con Tim. Lui è solo un messaggero: verrà a portarmi notizie che preferirei non ricevere. Notizie che potrebbero conferma­re i pettegolezzi sussurrati sui campi da golf, mormorati nei capanni di caccia, bisbigliati a bordo campo durante le partite di football, come un vento che sale prima della tempesta.
Quando Tim mi ha chiesto di incontrarlo, ho esitato. Questo è il momento peggiore per fare i conti con la co­scienza, sia per me sia per la città. Ma alla fine ho accet­tato di ascoltare quel che avrà da dirmi. Perché se quelle voci sono vere, se è vero che il male è entrato a Natchez, sono stato proprio io ad aprirgli la porta. Mi sono candi­dato alla carica di sindaco credendo fino in fondo nella mia missione. Certo della mia onestà, sono stato così pre­suntuoso da pensare di poter venire a patti con il diavolo senza sporcare la coscienza di questa città. Ma era solo una pia illusione.
Da mesi, ormai, il senso di fallimento cresce dentro di me, mi opprime con un peso insostenibile. Raramente, nel­la mia vita, ho fallito, e non mi sono mai dato per vinto. A tutti gli americani viene insegnato che non bisogna arren­dersi, ma qui nel Sud questo precetto è quasi una religione. Due anni fa mi trovavo in questo stesso luogo, davanti alla tomba di mia moglie, con il cuore colmo di speranza e la certezza che grazie alla mia buona volontà avrei risollevato le sorti della ridente cittadina dove sono nato, richiuden­do le ferite aperte lasciate dalla questione razziale. Ora, dopo due anni, a metà del mio mandato di sindaco, ho capito che alla gente non piace il cambiamento, nemmeno se è per il suo bene. Parliamo tanto di ideali, ma la nostra vita è regolata solo dall'opportunismo e dal pregiudizio. Prendere atto di questa ipocrisia è stata un'esperienza che mi ha messo a dura prova.

Le persone che mi vogliono bene hanno capito subito come sarebbe andata a finire. Mio padre e la mia compa­gna di allora hanno cercato di salvarmi dalle mie illusioni, ma non li ho ascoltati. E la cosa peggiore è che a pagare il prezzo più alto è stata mia figlia. Due anni fa mi sembrava di sentire la voce di mia moglie, che mi incoraggiava ad andare avanti. Ora sento solo il soffio indistinto del vento: mi ripete sottovoce la lezione che tanti hanno imparato prima di me: "Non si può tornare indietro".
Il mio orologio segna mezzanotte e mezza. Tim è in ritardo di mezz'ora e non c'è traccia di lui nella foresta di lapidi che si stende fra me e Cemetery Road. Saluto in silenzio mia moglie, poi mi avvio verso il punto stabilito per l'incontro: la Collina degli Ebrei, la piccola altura che ospita il settore ebraico del cimitero. I miei passi non fan­no rumore, l'erba è umida, folta e ben curata. Molti dei nomi incisi sulle lapidi appartengono a persone che ho conosciuto. Sono legati alla mia storia, ma anche a quella della città. Friedler, Jacobs e Dreyfus sulla Collina degli Ebrei; Knoxe, Henry e Thornhill nel settore protestante, e infine Donnelly, Binelli e O'Banyon in quello cattolico. La maggior parte dei morti sepolti qui aveva la pelle chiara. Tuttavia nei lotti che sulla mappa del cimitero sono con­trassegnati dall'indicazione neri riposano i pochi domesti­ci e gli schiavi più fedeli che, vivendo ai margini del mondo dei bianchi, si guadagnavano il diritto a una zolla di terra consacrata. Perlopiù venivano interrati senza lapide o altri segni di riconoscimento. Bisogna scendere dalla collina e andare al cimitero nazionale per trovare le tombe dei neri liberi: in maggioranza soldati, i cui resti riposano fra quelli dei centoventotto caduti senza nome della Guerra Civile. Eppure la storia di questo luogo è ancora più antica. Ci gono tombe di persone nate a metà del Settecento: se i lo­ro occupanti resuscitassero, scoprirebbero che alcune zo­ne della città non sono cambiate di molto rispetto ai loro tempi. Bambini morti di febbre gialla riposano accanto a nobili spagnoli e a generali dimenticati, tutti ormai decomposti sotto statue di «anti e angeli piangenti. Natchez è la più antica città sul fiume Mississippi, più antica anche di New Orleans: per capirlo basta guardare le lapidi annerite e mezze affondate nel terreno che si perdono fin dentro la foresta.
Quando Tim Jessup.rm ha chiamato per chiedermi di vederci, ho pensato che volesse incontrarmi qui per sem­plice comodità. Tim lavora al Magnolia Queen, uno dei ca­sinò galleggianti ormeggiati lungo la riva del fiume. Il Ma­gnolia si trova grosso modo sotto la Collina degli Ebrei e il turno di Tim finisce proprio a mezzanotte. Lui però mi ha spiegato di aver scelto il cimitero perché è un posto isolato e non corriamo il rischio di essere visti da qualcuno. Mi ha anche messo in guardia, dicendo che non devo fidarmi di nessuno, neppure del dipartimento di polizia o dei funzio-nari del municipio. Poi mi ha fatto giurare che non l'avrei chiamato né al cellulare né al telefono di casa, per nessuna ragione al mondo. Sul momento le sue raccomandazioni mi sono sembrate eccessive e un po' ridicole, ma poi ho dovuto dargli ragione: la corruzione può penetrare ovun-que, io stesso ho avuto modo di sperimentarlo più di una volta.

Nella mia vita precedente ero un uomo di legge, lavora­vo come pubblico ministero per l'ufficio del procuratore distrettuale di Houston. Iniziai la mia carriera come un avvocato idealista alla Atticus Finch e la conclusi dopo aver mandato sedici persone nel braccio della morte. Ri­pensandoci, non saprei dire di preciso che cosa accadde. Sta di fatto che una mattina mi svegliai e mi resi conto che punire i colpevoli non era lo scopo della mia vita. Così diedi le dimissioni e tornai a casa, da mia moglie e mia figlia. Non sapendo come impiegare il tempo che a quel punto avevo a disposizione (e avendo bisogno di denaro), cominciai a scrivere romanzi ispirati alle mie esperienze di magistrato, seguendo, come tanti altri ex avvocati, la stra­da tracciata da John Grisham. I miei libri ebbero un certo successo e il mio nome finì nella classifica dei bestseller. A

quel punto comprammo una casa più grande e iscrivemmo Annie a una scuola più prestigiosa. Cominciai a provare un'emozione nuova: un senso di onnipotenza, la certezza che qualsiasi cosa avessi intrapreso, avrei avuto successo. Ero così giovane e arrogante da pensare di essermi me­ritato tutto ciò che avevo, e così stupido da credere che sarebbe durato per sempre.
Poi mia moglie morì.
La seppellimmo quattro mesi dopo che mio padre le aveva diagnosticato un tumore. Lo shock della sua perdita rischiò di annientare la mia vita e quella della mia bambina di quattro anni. Sconvolto dal dolore, tornai a Houston per riprendere Annie e portarla nella cittadina del Missis­sippi dove sono cresciuto, affidandola all'affetto dei miei genitori. E proprio qui a Natchez, mentre stavo ancora ar­rancando per ridare un senso alla mia vita, mi sono trovato coinvolto in un caso di omicidio: una vicenda risalente a trent'anni prima. Quell'esperienza mi ha salvato la vita, ma ha troncato quella di quattro persone. Da allora sono pas­sati sette anni. Annie oggi ha undici anni ed è bellissima, il ritratto di sua madre. In questo momento è a casa che dorme. L'ho lasciata con la babysitter, che sta aspettando il mio rientro. Decido di concedere a Tim solo altri cinque minuti. Che cavolo. Se non riesce ad arrivare in tempo, può sempre venire a cercarmi nel mio ufficio in municipio, come fanno tutti.
Il cuore mi martella nel petto: la salita che porta in cima alla Collina degli Ebrei è ripidissima. A ogni respiro, mi arriva il profumo inebriante dei cespugli di osmanto, an­cora in fiore a metà ottobre. Sotto l'effluvio dei fiori ribolle una miscela di odori più pesanti: foglie umide, terriccio e qualcosa di morto tra gli alberi, forse un cervo colpito da un bracconiere di passaggio.
Non appena raggiungo la cima della collina, il paesaggio e il ciclo si spalancano di colpo davanti a me, lasciandomi senza fiato.
Il fiume scorre sessanta metri più in basso. Da questa altezza si vede l'immeasa pianura stendersi a perdita d'occhio verso ovest con una maestosità che stordisce. La sensazio­ne che si prova è la stessa che in passato ha spinto tante nazioni a contendersi queste terre. Francia, Spagna, Inghil­terra, gli Stati Confederati durante la guerra di secessione: tutti hanno tentato di impadronirsene, senza mai riuscirci, come già era accaduto agli indiani Natchez prima di loro.
Mentre mi siedo su una panchina, vedo due fari risalire Cemetery Road come una barca che naviga controvento, sobbalzando sulla stretta carreggiata che si snoda lungo il margine della scarpata a picco sul fiume. Mi alzo in piedi, ma il mezzo non rallenta e dopo qualche istante riesco a distinguere un pick-up che supera sferragliando la baracca sull'altro alto della strada. Poi sparisce dopo la prima cur­va, in dirczione della Tana del Diavolo, una profonda gola ai margini della contea, dove i fuorilegge che un tempo infestavano la zona gettavano i cadaveri delle loro vittime.
«Mi dispiace Tim» dico a voce alta. «Tempo scaduto.»
Il vento che soffia dal fiume si fa più intenso e mi pene­tra sotto la giacca. Ho freddo, sono stanco e ho voglia di andare a letto. Mi aspettano tre giorni frenetici, i più im­pegnativi dell'anno per il sindaco di Natchez. Domattina ho in programma una conferenza stampa, poi un volo in elicottero sulla città. Ma una volta superati questi tre gior­ni, ci saranno grandi cambiamenti nella mia vita.

Mi allontano dalla panchina e mi incammino verso il fronte meno scosceso della collina, diretto alla mia vecchia Saab parcheggiata oltre il muro del cimitero. Mentre mi piego in avanti per affrontare la discesa, una voce appren­siva rompe il silenzio: «Ehi, amico. Ci sei?».
Un'ombra, sbucata dalla parte più interna del cimitero, avanza verso di me. Da qui riesco a vedere tutte e quattro le entrate, ma non ho notato fari né sentito il motore di un'auto. Eccolo qui, Tim Jessup. Si materializza come uno dei fantasmi che si dice infestino questa antica collina. Lo riconosco subito, perché Tim è stato un tossico e si muove ancora come chi è in cerca di una dose: quell'incedere rigido e scoordinato sulle gambe sottili, quel continuo guar­darsi intorno per assicurarsi che non salti fuori qualche poliziotto.
Lui giura che ha smesso di farsi da un pezzo, grazie so­prattutto a Julia, la sua nuova moglie, che ha tre anni meno di noi e frequentava la nostra stessa scuola. A diciannove anni Julia aveva sposato il quarterback della squadra scola­stica di football e le ci vollero cinque anni di inferno prima di decidersi a divorziare. Quando ho saputo che stava per sposare Tim Jessup, ho pensato che volesse aggiungere un altro fallimento al suo curriculum. Ma in città si dice che Julia abbia fatto miracoli con Tim. Gli ha trovato un posto come croupier ai tavoli di blackjack in uno dei casinò gal­leggianti ed è riuscita a non farglielo mollare. Ormai è più di un anno che Tim riga dritto e di recente è stato assunto al Magnolia Queen.
«Penn!» mi chiama. «Sono io. Dove ti sei cacciato? Esci fuori!»
La luce della luna mette in risalto la magrezza del suo volto. Anche se abbiamo la stessa età - siamo nati a solo un mese di distanza - Tim sembra molto più vecchio di me. Ha la pelle della consistenza del cuoio, come succede a chi è stato troppo a lungo sotto il sole del Mississippi. La nico-I lina rende giallastri i suoi baffi grigi; la pelle e gli occhi hanno la sfumatura itterica di un uomo il cui fegato è arri­vato al capolinea.
Una delle cose che più ci ha unito da ragazzi era il fatto di essere entrambi figli di un medico. Eravamo fin troppo Consapevoli della responsabilità che gravava sui nostri pa­dri, molto simile a quella dei sacerdoti. Essere figli di un ||nedico può portare benefici ma anche svantaggi. Tutti si ; Espellano che i primogeniti seguano le impronte paterne, llcegliendo la stessa professione. In realtà io e Tim abbia­mo entrambi deluso quelle aspettative, sia pure per strade molto diverse.
Con un sospiro di rassegnazione mi faccio vedere da lui. «Tim? Ehi, sono io.»
Si volta di scatto e infila rapidamente la mano in tasca come per prendere qualcosa. Per un attimo ho il terrore che stia per tirare fuori una pistola, ma poi mi riconosce e si rilassa.
«Amico» dice con un sorrisetto. «Pensavo che mi avessi tirato un bidone.»
«Sei tu quello che è arrivato in ritardo.»
Annuisce più volte. È uno che non riesce mai a star fermo. Mi chiedo come faccia a rimanere tutta la notte al tavolo del blackjack.
«Non potevo andarmene troppo in fretta» spiega. «Cre­do che mi stiano tenendo d'occhio. Anche se in effetti tutti i dipendenti del Magnolia sono costantemente sorvegliati. Ma forse hanno qualche sospetto specifico su di me.»
«Non ho visto la tua macchina. Come hai fatto ad arri­vare?»
Un sorriso scaltro illumina per un attimo il suo volto scavato. «Ho i miei metodi, amico. Bisogna stare attenti con gente come quella. Sono come predatori, te lo dico io. Appena sentono una minaccia, scattano e... bam\» Batte le mani. «Uccidono per puro istinto, come gli squali.» Si volta verso la città che si stende sotto di noi. «A proposito, è meglio se troviamo un posto meno in vista.» Mi conduce verso il muretto che delimita un piccolo lotto di tombe della stessa famiglia. «Come ai tempi della scuola. Ti ricor­di quando venivamo qui a farci le canne? Ci mettevamo a sedere proprio qui dietro perché gli sbirri non vedessero la brace dello spinello.»
In realtà, ai tempi della scuola non ho mai fumato erba con Tim, ma preferisco non contraddirlo. Spero che mi riferisca in fretta quello che ha da dirmi, in modo da poter tornare a casa.
Tim salta dall'altra parte con sorprendente agilità. Men­tre lo seguo, scavalcando il muretto, mi torna in mente l'unico ricordo di questo cimitero che associo a Tim. Era la notte di Halloween. Insieme ad altri ragazzini lanciammo le nostre biciclette da cross oltre il muro del cimitero e cominciammo a scorrazzare tra i vialetti e le tombe, ridendo e divertendoci come matti, finché non fummo assaliti da un branco di cani randagi. Ci inseguirono fino alle grandi querce che sorgono vicino a uno dei cancelli d'ingresso. Chissà se Tim se lo ricorda.
Lanciando un'ultima, ansiosa occhiata in dirczione di Cemetery Road, Tim si siede sul terreno bagnato, appog­giando la schiena ai mattoni coperti di muschio. Mi siedo accanto a lui, la punta delle mie scarpe da jogging che sfio­ra quella delle sue malconce scarpe da barca. Deve aver avuto il tempo di cambiarsi: non indossa la divisa da crou­pier, ma un paio di jeans neri e una maglietta grigia.
«Non si può uscire dal Magnolia con la divisa da lavoro» dice, come se mi avesse letto nel pensiero. Di sicuro si è accorto che lo sto guardando con sospetto, studiandolo.
Decido di saltare i convenevoli e vado subito al sodo. «Le cose che mi hai riferito al telefono sono inquietanti, altrimenti non sarei venuto qui a quest'ora.»
Tim annuisce, mentre estrae dalla tasca una sigaretta mezza piegata. «Meglio non accenderla, per prudenza» dice mettendosela in bocca. «La fumerò più tardi, mentre torno a casa.» Accenna ancora un sorrisetto, poi si fa serio. «Allo­ra, cosa sapevi di questa storia prima che ti chiamassi?»
«Ho sentito solo qualche voce. Personaggi importanti che vengono a Natchez per giocare d'azzardo, trattenen­dosi in città il minimo indispensabile, una botta e via. Sportivi professionisti, rapper milionari, gente del genere. Gente che normalmente non verrebbe da queste parti.»
«Mai sentito parlare dei combattimenti di cani?»

Speravo che almeno quella fosse solo una diceria. «Sì, ma ho qualche difficoltà a crederci. È una cosa da gente di campagna. So che a volte organizzano questi combat­timenti nelle comunità rurali di là dal fiume. Ma non è il genere di spettacolo che attira vip e ricconi.»
Tim si morde il labbro inferiore. «Che altro sai?»
Stavolta non rispondo. Ho sentito dire altre cose - per esempio che nell'ambiente del gioco d'azzardo prospera-no anche la prostituzione e lo spaccio di droghe pesanti -ma sono problemi che nella nostra comunità ci sono sem­pre stati. «Non mi va di trarre conclusioni sulla base di voci che potrebbero rivelarsi false.»
«Ehi, amico, te ne sei accorto? Parli proprio come un politico del cazzo.»
È esattamente quello che sono, anche se in questo mo­mento mi sento più come un avvocato che cerca di capire quanto ci sia di vero nella storia che gli sta raccontando un cliente poco affidabile. «Tu raccontami quello che sai, e poi vediamo se coincide con quello che so io.»
Tim è sempre più agitato e alla fine cede al bisogno di nicotina. Tira fuori un accendino, accosta la punta della sigaretta alla fiamma e la accende. «Lo sai che sono diven­tato papa? Ho un bel maschietto» dice soffiando fuori il fumo.
«Sì, l'ho visto con Julia. Ci siamo incontrati al supermercato, due settimane fa. È proprio un bel bambino.»
Un sorriso gli illumina il volto. «Assomiglia a sua madre. Julia è ancora una bella ragazza, l'hai vista anche tu.»
«Sì, certo.» Concordo, ma sono impaziente. «Allora Tim, cosa vogliamo fare? Perché hai voluto incontrarmi?»
Lui non risponde. Tira un'altra boccata, tenendo la si­garetta tra pollice e indice, nascosta nel palmo della mano pome se fosse uno spinello. Vedo che trema, e non è per il freddo. Tutto il suo corpo ha cominciato a fremere e mi viene il sospetto che abbia ricominciato a drogarsi.
«Tim?»
«Non è come credi, amico. Il fatto è che questa storia mi tormenta da un pezzo. A volte, a forza di pensarci, mi vengono i brividi.»
Mi accorgo che sta piangendo e resto spiazzato. Mentre si asciuga gli occhi, gli metto una mano sul ginocchio per rassicurarlo. «Va tutto bene?» gli chiedo.
Lui spegne la sigaretta su una pietra tombale e si sporge in avanti. Nel suo sguardo arde una luce che credevo spen­ta per sempre. «Io posso raccontarti tutto, ma ricordati  che poi non si torna indietro. E roba che non ti farà dor­mire la notte. Ti conosco: sei come un pit bull e non potrai più mollare la presa.»
«Ed è per questo che mi hai chiesto di venire qui stase­ra, giusto?»
Lui si stringe nelle spalle, mentre la testa e le mani rico­minciano a tremare. «Te lo dico per l'ultima volta, Penn. Se la cosa non ti interessa, vattene subito. Scavalca quel muretto e torna alla tua macchina. È quello che farebbe qualsiasi persona con un po' di cervello.»
Appoggio la schiena contro i mattoni freddi, cercando di riflettere. È il dilemma più antico del mondo: "Meglio una beata ignoranza o una scomoda consapevolezza?". Mi ; sembra di vedere Tim dietro il suo tavolo da blackjack: ; «Carta o sta, signore?». In realtà non ho scelta, perché j anch'io ho contribuito a portare a Natchez il Magnolia.
«Coraggio, Tim, dimmi tutto. Non possiamo stare qui 6 tutta la notte.»
Mi fissa a lungo, poi si volta su un fianco ed estrae qual-|cosa dalla tasca posteriore dei jeans. A prima vista sembrano carte da gioco. Me le porge tenendole sotto il palmo rovesciato della mano, come volesse nasconderle.
«Devo scegliere una carta?» gli chiedo.  «Non sono carte. Sono fotografie. Un po' sfocate, per­le sono state fatte con un cellulare.» Allungo la mano e le prendo. Ho visto migliaia di foto scattate su scene del crimine, immagini dettagliate e riavvi­ate, e penso di essere preparato. Ma non appena Tim scattare l'accendino e con la fiamma illumina la prima foto, sento lo stomaco rivoltarsi.
«Lo so» dice Tim con voce stanca. «E ancora non hai sai il resto.»
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